Un caffè…pacifista

Si trova nei pressi di Seattle, una delle principali città dello Stato di Washington nell’estremo nord – ovest del paese a soli 154 chilometri dalla frontiera con il Canada, e precisamente di fronte alla base militare di Fort Lewis, tra le più antiche e  famose degli Stati Uniti, e si chiama “Coffee Strong”. Oltre che per gli ottimi cappuccini il locale è famoso per essere un attivo centro antimilitarista a due passi da una delle maggiori strutture di guerra del paese americano. Pochi avrebbero scommesso sulle sue possibilità di successo, invece…   

                                   

Seth Manzel è un ex soldato con due anni di servizio in Iraq. Quando, insieme a Andrew VanDenbergh, anche lui marine con servizio in Iraq durante la prima invasione del 2004, decisero di aprire un bar di fronte alla base militare di Fort Lewis, attesero che fosse ufficiale la proclamazione di Barak Obama come 44° Presidente degli USA, per inaugurare il loro locale. La principale caratteristica del “Coffee Strong” non sono le pur golosissime paste o le torte da abbinare a caffè o cappuccino, ma la vocazione profondamente antimilitarista e pacifista dei titolari della struttura. Da buoni ex soldati che hanno provato sulla propria pelle i graffi e le nefandezze della guerra, che sia “giusta”(forse ne sono mai esistite?) oppure no, si sono dati da fare per agire concretamente contro qualsiasi tentativo di perpetuarne le atrocità. Collegati all’associazione dei Veterani dell’Iraq contro la guerra, hanno deciso di penetrare fino nella tana del lupo per diffondere il loro messaggio di pace e di serenità. Ben lungi da voler rappresentare una palese provocazione, il bar si è proposto fin dall’inizio di esercitare un dialogo costruttivo con i suoi clienti che, nella stragrande maggioranza, sono rappresentati da militari di stanza nella base. I soldati fanno colazione, navigano gratuitamente su internet per tutto il tempo che vogliono, leggono con calma i giornali a disposizione della clientela in assoluta tranquillità. Un grande manifesto è posto nella parete dell’ingresso con la richiesta di “sostenere i soldati che rifiutano la guerra”. Proprio contro il poster è avvenuto, in questo primo anno e mezzo di attività, l’unico tentativo plateale e violento di dissenso, ad opera di un commilitone che una mattina è entrato con foga e ha strappato dal muro il cartellone arrotolandolo a terra. Per il resto la guarnigione non solo ha accolto con tranquilla indifferenza il nuovo caffè, ma ne è divenuta assidua frequentatrice decretandone il successo commerciale. Eppure i proprietari non si sono certo nascosti. Le pareti del locale sono tempestate di bacheche con i numeri di avvocati che possono assistere tutti coloro che si rifiutano di partire per qualsiasi fronte, accanto ad annunci di lavoro per quanti decidono, saggiamente a parere dei gestori, di dismettere la divisa per rientrare nella società civile. E pensare che sono partiti da Fort Lewis per Bagdad e Kabul oltre diciottomila soldati negli ultimi anni. Qualcuno, però, si è rifiutato, con molte probabilità proprio grazie alle prese di posizione di Seth e Andrew. Travis Bishop, ad esempio, non ha voluto partire per la capitale afghana e, secondo l’avvocato, è stato maltrattato e molestato durante la prigionia. Per questo il “Coffee Strong” è in prima fila, insieme ad altre associazioni di volontari pacifisti operanti nella zona, nell’organizzazione di alcune marce per la liberazione del renitente che si terranno nei prossimi giorni. La verità è che molti di quei coscritti accettano di trascorrere un periodo della loro esistenza in divisa per tutt’altro motivo di quello di farsi massacrare in qualche conflitto dall’altra parte del mondo. Le ragioni principali consistono nella possibilità di percepire un buono stipendio, e in un momento come quello attuale di grave crisi occupazionale quello economico è un incentivo per niente trascurabile, e di potersi guadagnare cospicue borse di studio. Seth ricorda con amarezza il soggiorno in Medio Oriente. Si era arruolato subito dopo l’11 settembre quando l’economia americana rallentò e lui aveva moglie e figli da sfamare. “Dopo essere stato in Iraq – racconta con pacata determinazione – mi sono convinto ancora di più di quanto sia sbagliata la guerra. È impossibile passare anni di servizio in Iraq e tornare sano di mente”. Sono almeno un paio i ragazzi della base aiutati dai proprietari del caffè a iniziare cure psichiatriche, mentre in altri casi si sono indirizzati verso avvocati in grado di difendere i loro diritti di cittadini. E tutto facendo due chiacchiere tra un caffè e un boccale di birra.

 

 

                                                              Sam

 

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