Una città al bar

Facciamo insieme un giro per la capitale alla ricerca di quei bar che, attraverso una qualche particolarità, si sono ritagliati uno spazio originale all’interno dell’offerta generale. Un modo per caratterizzarsi in un mercato abbastanza statico, dove la quantità dei servizi tende spesso a prevalere nei confronti della qualità. Anche l’occasione per prendere spunti utili a individuare strade particolari lungo le quali indirizzarsi per superare un momento economico estremamente delicato e problematico.

 

                                                                        Stelvio Catena

 

Anche questa volta, per andare a conoscere quelle eccellenze che li differenziano dal resto delle proposte attualmente presenti sul mercato, ricorriamo a un libro, I bar a Roma di Stefano Sgambati (Castelvecchi Editore, pp. 319, euro 14,90), insieme andremo tra le vie della città eterna alla ricerca di quelle preziosità capaci di fare la differenza e di rappresentare delle eccellenze utili a determinare un qualche vantaggio competitivo. Nei momenti di relax, in quel fazzoletto di tempo che ci rimane a disposizione tra un impegno e l’altro, diventa assai piacevole andare in cerca del locale in cui, magari, trovare la migliore sfogliatella da gustare insieme a una bella tazza di tè, oppure il gelato con quel gusto particolare che puoi trovare soltanto lì. Il clima e i colori della Roma primaverile rendono estremamente gradevole girovagare per la città senza uno scopo preciso, se non quello di appagare i nostri sensi. Proprio in questo ci tende una mano Stefano, accompagnandoci nei bar cittadini, alcuni più ricchi di storia e legati a personaggi illustri o vicende rimarchevoli del passato, altri, invece, giunti a una qualche notorietà in tempi più recenti. “Poche altre cose,…, possono costituire il ‘metronomo’ di una metropoli come il bar. Attraverso le pagine del volume – afferma l’autore – e gli scatti di Valerio Nicolosi vogliamo porci l’obiettivo di tracciare una mappa metropolitana e antropologica di Roma in cui i bar siano gli autentici punti cardinali”. Ne ha visitati 160 per selezionarne alla fine 110 da inserire nel volume, come afferma nell’introduzione: “per sviscerare Roma, per scardinare questa o quell’altra via, per scoprire qualcosa di nuovo approfittando di un caffè”. Una mappa costruita soprattutto sulle “specialità” che ogni locale è in grado di esprimere e che ne caratterizzano l’attività. “Andreotti”, bar – pasticceria in via Ostiense immortalata da Ferzan Ozpetek nel lungometraggio La finestra di fronte (2003), famosa per le sue creazioni dolciarie, oppure l’arcinoto “Caffè Greco”, nella griffata via Condotti, culla capitolina dell’intellighenzia artistica nostrana e internazionale, i cui maritozzi sono considerati dagli aristocratici avventori“piccoli figli vivi e allattati a panna”, come li descrive l’autore del volume. C’è “Ciampini”, in piazza S. Lorenzo in Lucina che si apre su via del Corso a due passi da Montecitorio, dove, discutendo di un decreto legge o di un intervento a favore dei meno abbienti, si pasteggia il Negroni col Punt e Mes, o ancora, sempre nei pressi, “Giolitti”, gelataio dal 1890, che si è inventato il gelato alla frutta vera (banditi i consueti “aromi”) e solo di stagione.  “Il Caffè del Cappuccino”, piccolissimo locale di via Arenula nei pressi di Ponte Garibaldi, si distingue per il pastrami, panino della tradizione ebraica abbastanza particolare, di origine romena e molto in voga a New York, a base di maionese, cetriolini, senape e carne a fette di manzo, ricavata dalla zona ombelicale dell’animale, messa in salamoia e lasciata essiccare con una vasta varietà di spezie (aglio, pepe nero, coriandolo, semi di sesamo, chiodi di garofano), mentre il “Caffè Universale” alle Coppelle, vi ammalia con il suo cioccolato in tazza arricchito dal “falso pepe del Perù” (frutto di una pianta secolare della Selva Andina), per poi poter subito rimediare al peccato di gola nella straordinaria spa sottostante. A Collina Fleming, nell’omonimo quartiere, è attivo il “Flaneur”, esercizio specializzato nell’organizzazione di matrimoni, rinomato per le sue composizioni floreali e per la confortevole sala da tè (di notevole qualità sono anche tisane, gelatine e confetture proposte dal proprietario), immersa in un fantasioso giardino dai mille profumi. Monteverde Vecchio ospita, invece, “Cristalli di zucchero” dove si producono dolci talmente belli, tutti ispirati al burroso gusto “francese”, da sembrare vere e proprie opere d’arte e dove l’aroma del cioccolato regna incontrastato quale sigillo di qualità. Anche “Luigi” al Tufello, è noto per una peculiarità che, come afferma con orgoglio lui stesso, lo rende unico sulla piazza capitolina: i bucatini al caffè.  Concludiamo con un’ultima curiosità. L’IIAC (Istituto Internazionale Assaggiatori di Caffè), con sedi sparse in tutto il mondo, ha incoronato il “Colonna” di Roma quale locale dove si beve il miglior caffè d’Italia. Ancora una volta la città sulle rive del Tevere si conferma, in questo caso forse a sorpresa, detentrice di un primato. 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *