FIPE, una buona politica alimentare aiuta la politica

FIPE

Una buona politica alimentare allevierebbe il lavoro di almeno tre Ministeri: dell’Agricoltura, della Salute e dell’Economia. Il Professor Giorgio Calabrese, noto nutrizionista, non usa mezzi termini. Alla tavola rotonda di Fipe coordinata da Enzo Vizzari, direttore de Le Guide dell’Espresso, dal titolo “Ridare valore al cibo per uno sviluppo sostenibile della filiera” organizzata a Milano, nel centro congressi Le Stelline, mette sul piatto i problemi fondamentali. Riuscire ad incrociare le esigenze di chi produce con le necessità di chi consuma significa avere un produttore felice e un consumatore sano, assottigliando il costo della spesa sociale del sistema sanitario, del bilancio statale e finalizzando meglio la politica agricola.

Fipe, presente al tavolo con il suo presidente, Lino Stoppani, ha rincarato la dose sottolineando che la politica si è dimenticata di guardare all’alimentazione dei cittadini. Il richiamo alla valorizzazione dei prodotti tipici, alle peculiarità territoriali sono solo dei proclami per tentare di colmare un’assenza ingombrante. Anche guardando ad un passato più recente, il panorama è deprimente. Il ministero delle Politiche agricole che ha accorpato a sé anche le politiche alimentari finora ha prodotto solo un chilometro zero virtuale. “Una corretta politica alimentare – ha spiegato ancora Stoppani – è perseguibile anche con il sistema delle mense, dove il meccanismo delle gare all’offerta economicamente più vantaggiosa deve diventare l’unico metodo con cui scrivere i capitolati”. Partendo dal presupposto che la mensa scolastica possa essere considerata non solo soddisfacimento di un bisogno primario, ma vera e propria materia di studio per insegnare a riconoscere ed apprezzare la qualità degli alimenti si è arrivati a considerare il concetto condiviso dal presidente di Altro Consumo, Paolo Martinelli e dallo chefpatron Gualtiero Marchesi, che il vero Made in Italy a tavola è dato dalla ricetta con cui si elabora un ingrediente purché la qualità dell’ingrediente stesso sia accertata.

Il concetto del “mordi e fuggi” che caratterizza la vita quotidiana del terzo millennio non è più applicabile alla tavola. L’alimentazione è la nostra energia vitale: un’energia di valore già alto, ma meritevole di essere ulteriormente arricchita e apprezzata.

Assaporare un piatto deve diventare la metafora dell’assaporare la vita e il rituale che la caratterizza. Una pietanza significa lavoro e creatività. Un lavoro che parte da quello della terra per la raccolta dei suoi frutti per terminare al lavoro dentro un ristorante, passando inevitabilmente per tutte le altre fasi della filiera.

La scelta di un campo da seminare, la scelta delle sementi a cui dedicare la propria energia, il modo di lavorare i frutti che se ne ricaveranno e da lì la fantasia su come elaborare quei prodotti agro-alimentari e servirli in un piatto hanno un valore che deve essere riconosciuto.

Se è vero che l’uomo è ciò che mangia, è altrettanto vero che scegliere una certa alimentazione vuol dire scegliere un certo tipo di produzione.

In un momento di crisi globalizzata, tornare a dedicare energie anche in termini monetari ad un modello nutrizionale qualitativamente ricercato vuol dire riuscire a restituire valore economico a tutti gli attori della filiera.

 

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