PIZZA&FOOD – La pizza in Svezia una storia italiana

Tutto cominciò negli anni ’70 e fu un grande successo. Fino a quando molti locali gestiti da nostri connazionali, che evadevano però il fisco, subirono condanne esemplari. E oggi il big business della specialità made in Italy è in mano a emigranti di svariate nazionalità

 

 

Nel cuore storico di Stoccolma, Gamla Stan, c’è una strada pedonale che porta su fino al Palazzo Reale, piena di negozi di cristallerie, gallerie d’arte, boutique, ma soprattutto di ristoranti pizzerie dai nomi italiani. La conferma che, anche qui, la specialità della nostra tradizione alimentare più famosa al mondo è un fenomeno. “Un fenomeno cominciato nei primi anni ’70 quando aprì Opera, prima pizzeria con cucina italiana gestita da Giuseppe Sperandio, un marchigiano in gamba. Pochi giorni dopo l’apertura c’era già la fila fuori”, racconta Toni Sica, italiano trapiantato da oltre 30 anni in Svezia, reporter di lunga militanza, fotografo ufficiale di Corte, titolare di un’agenzia fotogiornalistica fra le più quotate in Scandinavia. Sono stato qualche giorno a Stoccolma con mia moglie Rita per un weekend e con Toni Sica, amico di vecchia data, mi è venuta voglia di raccontarvi la storia della pizza in Svezia.

Un locale dietro l’altro

“Dopo Opera, le pizzerie qui a Stoccolma cominciarono a spuntare come funghi: aprirono Vesuvio, Capri, Bella Napoli e gli svedesi erano come impazziti”, racconta Sica. Le ragioni di tanto successo? La cucina svedese è di poca fantasia e sapori sciapi, la pizza mediterranea è gustosa e veniva venduta a 7/8 corone (1.400 lire di allora), quindi a prezzi nazionalpopolari. Si prenotava per telefono e la si portava a casa già pronta; con la birra andava giù che era un piacere e i giovani ne andavano pazzi. 

Racconta Toni: “La maggior parte dei locali era in mano agli italiani, alcuni con esperienze di ristorazione, altri improvvisati. Le pizze si cuocevano in forni a gas, perché quelli a legna, allora, erano vietati. Per le materie prime quello che non si poteva importare dall’Italia veniva prodotto appositamente dalle ditte svedesi.

Partito da Stoccolma, il fenomeno dei ristoranti pizzeria, perché alla pizza venivano abbinati piatti della nostra cucina, si sviluppò in tutta la Scandinavia anche con la formula dell’asporto, che qui si chiamava pizza boutique”.

 

La stangata

Insomma, fra gli anni ’70 e ’90 la pizza divenne, in Svezia, un fenomeno alimentare ma anche commerciale di grosse proporzioni. La pizza muoveva un giro d’affari di milioni di corone e i pizzaioli italiani ingolositi dagli incassi vollero fare i furbi e strafare. C’era una massiccia evasione sul fatturato, i più smaliziati avevano installato addirittura 2 casse: una fiscale e una in nero, sulla quale battevano la maggior parte degli scontrini che però non venivano registrati. Ma la Svezia è un Paese serio e il fisco mise sotto indagine le pizzerie di tutta la Svezia con agenti in borghese che controllavano o meglio contavano le scatole dell’asporto. Quando le confrontarono con il fatturato dichiarato emersero le prove di un’evasione di proporzioni colossali. Fu così che molti pizzaioli finirono sotto inchiesta, costretti a pagare multe salatissime; ad alcuni vennero messi i sigilli al locale, qualcuno finì addirittura in galera. E adesso? Conferma Toni Sica: “La lezione è servita, oggi se compri una pizza da portare a casa e dimentichi lo scontrino, ti corrono dietro”.

 

        

                                                                           Beppe Bonazzoli