Cadute e lesioni all’interno del locale. La responsabilità dell’esercente

718Cadute, inciampi, scivoloni dai quali derivano lesioni più o meno gravi ai malcapitati sono frequesti all’interno di locali commerciali e più ancora di bar, ristoranti e alberghi a causa di scalini poco visibili, scarsa illuminazione o residui di cibo e acqua sul pavimento. Chi è responsabile in questi casi?

Le situazioni su descritte rientrano senza ombra di dubbio nell’ipotesi di “danno da cose in custodia” disciplinata dall’articolo 2051 del codice civile, che statuisce che ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortutito”. Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, è “custode” il soggetto che ha sulla “cosa” un potere di fatto che gli consente di intervenire tempestivamente in caso di pericolo. La norma, infatti, imputa la responsabilità del danno a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, cioè in una posizione che gli consente di controllare e di intervenire per impedire il verificarsi di qualsiasi pregiudizio per i terzi. Alla luce di tali considerazioni si può senz’altro ritenere applicabile al ristoratore, al gestore di un bar o di un albergo la qualifica di “custode” del locale dove espleta la propria attività commerciale.

La responsabilità ex art. 2051 c.c. è una responsabilità oggettiva, nel senso che presuppone non la colpa del custode, bensì la mera esistenza d’un nesso causale tra la cosa ed il danno, ed è applicabile anche ai danni non derivanti dalla natura nociva o pericolosa della cosa, ma da un comportamento, anche omissivo del detentore della cosa stessa. Per nesso causale si intende che il danno deve essere una diretta conseguenza nella natura pericolosa del bene o del comportamento omissivo del custode nella prevenzione dei rischi a terzi.
In parole più semplici, la responsabilità può derivare, ma non necessariamente, dalla natura potenzialmente pericolosa di una cosa, ovvero uno scalino poco visibile, una pavimentazione particolarmente scivolosa, una porta a vetro non segnalata o la presenza di liquidi e residui di cibo sul pavimaneto non rimossi dal personale presente, ma anche dal mancato utilizzo di adeguate misure di sicurezza o segnalazioni di pericolo da parte del custode/gestore o dal mancato esercizio di poteri di vigilanza che gli competono nella sua qualità di custode del locale dove esercita la propria attività.

Vero è che il gestore di un’attività commerciale non può prevedere anche il verificarsi di casualità o la disattenzione dei clienti, nè può avere il totale controllo sul locale soprattutto durante l’apertura al pubblico. E’ per questo che la norma prevede la possibilità per il custode di liberarsi di tutta o parte della responsabilità qualora provi che il nesso di causalità, cioè il collegamento, tra la “cosa custodita” e il danno sia interrotta dal verificarsi del “caso fortuito”, cioè un evento, esterno alla cosa custodita ed alla condotta del custode, autonomo ed oggettivamente imprevedibile e quindi non evitabile adottando ragionevoli misure di sicurezza a priori.
Questo evento può consistere in un fatto naturale, nel fatto del terzo o nel fatto dello stesso danneggiato, purché, in questi casi, le condotte del terzo o del danneggiato abbiano costituito la causa esclusiva del danno.
E’ fatto del terzo, ad esempio, il gettare su una scala una buccia di banana, mentre si ha colpa del danneggiato, quando la caduta nella tromba delle scale dipenda dall’imprudente arrampicamento del danneggiato sulla ringhiera. Non ricorre nè l’una nè l’altra ipotesi, invece, se la caduta nel vano scale dipende dall’assenza, in concreto, del pulsante che accende la luce nei pressi dalla porta d’ingresso (Cass. Civ., Sez. III, 16422/11).
E’ quindi necessario, per provare il caso fortuito, dimostrare di aver rispettato tutte le regole cautelari che si imponevano nella gestione di quella determinata cosa. Se, nonostante l’impiego dei mezzi tecnici e l’assunzione di quelle condotte necessarie in relazione alla natura della cosa, il danno si è verificato ugualmente, deve ritenersi provato, quanto meno per presunzione logica, il caso fortuito.

In un numero sempre maggiore di casi, inoltre, la Suprema Corte di Cassazione ha rigettato le richieste risarcitorie del danneggiato sulla base del dovere di “autoresponsabilità” che l’ordinamento porrebbe in capo ad ogni vittima potenziale.
In base al principio di autoresponsabilità del danneggiato, ciascuno, nel momento in cui entra a contatto con la realtà circostante, deve adottare le opportune cautele ed osservare le regole di comune prudenza al fine di evitare il verificarsi dell’evento dannoso, poiché in caso contrario, dovrà sopportare le conseguenze di tale condotta negligente o imprudente (Trib. Pescara 2 maggio 2012).Pertanto, quando il danneggiato è nella posizione migliore per evitare il danno, di norma la Cassazione ritiene che non possano ricadere sul gestore le conseguenze economiche del danno stesso, ma gravino sul medesimo danneggiato quei costi che siano il risultato immediato della sua imprudenza.

Avv. Camilla Fiore

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