Reato di omesso versamento di IVA, la crisi può far assolvere l’imprenditore

700Il reato di omesso versamento IVA, è stato recentemente riformato con riguardo alle soglie di punibilità, passate dai vecchi 50.000,00€ agli attuali 250.000,00€. Questo significa che chi, per esempio, ha evaso un’imposta di 100mila euro non subirà alcuna condanna penale, ma solo l’accertamento fiscale e il recupero delle somme non corrisposte con le relative sanzioni. Le nuove norme hanno, sui contribuenti, ripercussioni positive non solo sulle violazioni future, ma anche sugli accertamenti e processi in corso, in quanto per il cosiddetto principio del “favor rei”, sarà applicata la pena più favorevole nel caso di abrogazione di una norma penale.

A ciò, si aggiunge, da pochi giorni, anche un’altra notizia positiva: secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. sent. n. 40352/2015 dell’8.10.2015), il reato di omesso versamento di IVA può essere “perdonato” se l’imprenditore dà prova di versare in una crisi di liquidità non colpevole: una valutazione che il giudice deve fare caso per caso, verificando il comportamento dell’imprenditore, la sua buona fede e la condotta da questi tenuta.
Pertanto se l’azienda dimostra, come è avvenuto nel caso concreto oggetto della sentenza, di aver utilizzato tutti i soldi per il pagamento delle retribuzioni arretrate ai dipendenti o per l’investimento necessario ad adeguare le strutture dell’azienda alle norme antiinfortunistiche, la sua evasione non è punibile.

Con questa sentenza, la Corte ha dimostrato, di non condividere la tesi, fino ad ora prevalsa, secondo cui il contribuente dovrebbe, comunque, provvedere a effettuare sempre un accantonamento delle somme necessarie per il versamento all’Erario, a prescindere dalle spese concretamente sostenute, in modo da non doversi trovare poi nell’impossibilità di versare quanto dovuto allo Stato. Ma è necessario verificare l’assenza di dolo in capo all’imprenditore e l’assoluta impossibilità, da parte dell’impresa, di far fronte al debito con l’erario.

Il contribuente deve, quindi, dimostrare di aver adottato tutte le misure per adempiere agli obblighi tributari. Cioè deve provare l’esistenza di due importanti requisiti:
– che la crisi che ha investito l’azienda non è stata causata da una condotta colpevole dell’imprenditore (come, per esempio, nel caso dell’imprenditore che abbia svuotato di liquidità le casse dell’esercizio commerciale);
– che, pur volendo, sarebbe stato impossibile fronteggiare detta crisi in modo adeguato, ad esempio reperendo risorse economiche e finanziarie da terzi, o agendo sul proprio patrimonio.
In altre parole, l’imprenditore deve provare di non essere riuscito, nonostante vani tentativi, a contrastare l’improvvisa crisi dovuta a cause indipendenti dalla sua volontà.

Nel caso deciso dalla Suprema Corte, infatti, sono stati ritenuti sussistenti entrambi i suddetti requisiti in quanto l’imprenditore ha adeguatamente dimostrato di essersi trovato nell’impossibilità di assolvere ai suoi doveri contributivi in quanto, per fronteggiare una grave crisi aziendale, è stato costretto ad adeguare gli impianti, per poter continuare l’attività, e a pagare gli arretrati ai dipendenti in conseguenza degli accordi sindacali sottoscritti.

La pronuncia è importante poiché impone ai giudici di tenere conto del singolo caso, delle ragioni che hanno causato l’omesso versamento e, quindi, di non condannare sempre in modo cieco e ottuso per il solo fatto dello sforamento del limite massimo di evasione IVA consentito dalla legge.

Avv. Camilla Fiore

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