Arriva il superpomodoro

ATTUALITA’

I grandi passi in avanti compiuti dalla genetica nel campo alimentare, dopo aver moltiplicato il numero dei raccolti annuali di diversi alimenti fornendo alla lotta per la fame nel mondo un’arma di considerevole importanza, stanno contribuendo alla realizzazione di prodotti  dalle caratteristiche superiori, tanto per qualità che per produttività, senza alcuna modificazione o manipolazione strutturale. É quanto successo alla pianta del pomodoro, grazie ad una serie di ricercatori statunitensi e israeliani giunti entrambi alle medesime conclusioni.

                                                                                                                                

Lo studio “mostra che – chiarisce Zachary Lippman ricercatore del Cold Spring Laboratory di New York -, usando una tecnica classica di selezione delle piante, è possibile aumentare la produzione ottenendo risultati simili a quelli raggiunti impiegando organismi geneticamente modificati”. Con queste parole, pubblicate sulla rivista specializzata Nature Genetics,  uno degli studiosi statunitensi cui appartiene la paternità della mirabolante scoperta, da dividere, però, con i colleghi israeliani del Hebrew University di Gerusalemme, spiega il risultato di recenti esperimenti indirizzati ad un miglioramento della qualità e della produttività di alcuni alimenti base per la nutrizione mondiale. L’aspetto davvero entusiasmante di questa nuova frontiera della produzione agricola, consiste nell’aver messo a punto una merce dalle caratteristiche assolutamente genuine, capace di una qualità standard altissima e di una resa superiore a qualsiasi aspettativa. In pratica grazie all’incrocio naturale con cinquemila piante si è trovato il gene in grado di migliorare in maniera concreta il pomodoro. Al termine del trattamento si ottiene un prodotto leggermente più dolce di quello attualmente in commercio, mentre si aumenta del 60,0% il raccolto. Tutto ha origine dal fenomeno del “vigore ibrido”, già osservato per la prima volta da Charles Darwin (1809 – 1882) e descritto nel secolo scorso da George Harrison Shull (1874 – 1954, studioso americano specializzato nell’analisi degli incroci fra piante diverse) nel mais, fenomeno secondo il quale unendo due varietà di piante è possibile ottenere ibridi più vigorosi.  Alla buona riuscita della nuova coltivazione non sono necessari né un tipo particolare di suolo, né uno specifico metodo di irrigazione, né, tantomeno, una determinata varietà di fertilizzante. “È un metodo che non comporta inserzioni in un organismo di un gene che appartiene ad un organismo molto diverso – afferma Marcello Buratti, ordinario di Genetica all’Università di Firenze : non aggiunge una funzione nuova in una pianta ma modula quella che già c’è e quindi resta una strada valida che non contempla i problemi legati agli organismi geneticamente modificati”. In effetti anche da quel versante gli interventi, sempre riguardanti la pianta del rosso vegetale, sono stati diversi e di differente tipologia. Ad esempio è stato creato il pomodoro gm “anticancro”, nel cui Dna si trovano i geni di una pianta che aumenta gli antiossidanti, oppure quello destinato alla cura dell’”alzheimer”, creato da un istituto di ricerca sudcoreano per funzionare come cura del devastante morbo, o ancora il tipo al ”profumo di limone”, aromatizzato al gusto dell’agrume.  Dai ricercatori dell’Università dell’Ohio è stata addirittura individuata la componente genetica che determina la morfologia (forma) dell’ortaggio. Come abbiamo visto il “superpomodoro” viene da tutt’altra sperimentazione e assicura il consumatore riguardo alla sua totale naturalezza. Nonostante l’importanza della scoperta, per una parte considerevole del movimento biologico, l’aumento delle quantità di merce ottenute dalle singole piante, non rappresenta l’emergenza prevalente del settore agricolo. “Non credo che puntare sul miglioramento della produttività sia una priorità – dichiara Andrea Ferrante, agronomo e presidente dell’Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica) -. Il vero problema è l’accesso alla produzione agricola da parte di tutta la popolazione mondiale, la selezione quantitativa delle sementi e la sostenibilità complessiva della produzione. I finanziamenti dovrebbero essere usati per mettere a punto un modello che non comprometta la fertilità dei suoli e che sia sostenibile dal punto di vista energetico”. Di sicuro la possibilità di ottenere una quantità di prodotto superiore e di una qualità media eccellente, con un numero assai limitato di scarti, non può che rappresentare una vittoria della ricerca scientifica, capace di concorrere alla soluzione del problema mai risolto della fame in vaste aree del pianeta, sempre che si riesca a regolare in maniera equa la redistribuzione di tali risorse aggiuntive. Qualora l’aumento della produttività si trasformi in un ulteriore incentivo alla speculazione sui mercati internazionali, e, in alcuni casi, porti alla distruzione di quantità ingenti di merce per non alterare i prezzi di vendita come sta succedendo attualmente per tutta una serie di derrate alimentari, allora dovremmo constatare il fallimento di un’altra rilevante scoperta dell’ingegno umano. Nel frattempo la ricerca si sta spostando su altre tipologie di prodotti della terra, perciò, con molta probabilità, avremmo presto “supergrano”, “supersoia” e tante altre “super” coltivazioni.

 

 

                                                             

Stelvio Catena