Buoni pasto, ancora nulla di fatto

ANALISI E RICERCHE DI MERCATO

Tutto fermo. La proposta di Fipe di elevare la soglia del valore esentasse dei ticket da 5,29 euro a 10 non ha avuto seguito. Eppure i ministri Scajola e Brunetta si erano detti disponibili e i costi sarebbero limitati a 40 milioni di euro

 

Non sarà la ricetta per risolvere la crisi economica planetaria, nè tantomeno metterà la parola fine sulle angosce delle famiglie italiane che faticano ad arrivare a fine mese. Ma la proposta che vede unite federazione dei pubblici esercizi, associazioni dei consumatori e diversi esponenti politici sa tanto di buon senso e una piccola scossa ai consumi può pure darla.

Parliamo di buoni pasti. E della volontà, fino ad adesso espressa solo a parole, di innalzare il valore esentasse dei cosiddetti ticket. Oggi è fermo a 5,29 euro, l’obiettivo è portarlo almeno fino a quota 10. In pratica, la normativa vigente prevede che le prestazioni sostitutive di mensa (quindi i buoni pasto) siano escluse dalla determinazione del reddito di lavoro dipendente fino all’importo complessivo giornaliero di lire 10 mila 240 lire, appunto, i famosi 5,29 euro. Vantaggio non da poco sia per i lavoratori che per le stesse aziende.

E infatti, chi vuole elevare il valore esentasse sostiene che dando ai lavoratori dipendenti dei ticket dal valore nominale compreso tra i 5,29 € e i 10€ si garantirebbe loro un risparmio complessivo di  44 milioni di imposte sul reddito, cioè circa più di 212 euro a testa. Bene. Il mondo politico si era detto disponibile, le associazioni dei consumatori e quelle di categoria avevano fatto la loro parte, ma da alcuni mesi di elevare la soglia di esenzione non se ne parla praticamente più.

Ma facciamo un po’ di storia per capire meglio. Il fenomeno dei buoni pasto si è manifestato in Italia  solo nella seconda metà degli anni Settanta, l’obiettivo era dare un’alternativa ai datori di lavoro che non potevano organizzare mense all’interno delle aziende. All’inizio rappresentavano un’eccezione, poi, soprattutto a partire dagli anni Novanta, si sono trasformati in un fenomeno di massa.

I numeri parlano di circa 2,2 milioni di lavoratori interessati. Ma non solo.  Perché dicono anche  che sono circa 100 mila i  pubblici esercizi che attraverso le convenzioni con le società che emettono i ticket riescono a ingrassare le casse a fine giornata. In alcuni casi parliamo del 50% e passa dell’incasso di un bar a fine giornata.E qui si arriva ai legislatori. Negli anni, infatti, il meccanismo che adeguava il limite esentasse al costo della vita ha funzionato, e pure bene. Fino al 1998, però. Perché dopo si è fermato. Da allora, da quando si è arrivati ai fatidici 5,29 euro (le vecchie 10.240 lire) non se n’è fatto più nulla. E dire che invece, il costo delle materie prime e quello del lavoro negli ultimi dieci anni è cresciuto quasi del 30%, il primo, e intorno al 22%, il secondo. Morale della favola: “In un periodo di crisi come quello attuale – sottolineava il presidente della Fipe Lino Stoppani, solo qualche mese fa – , affinché permanga la sostenibilità del sistema dei ‘buoni pasto’ e i consumi non subiscano ulteriori contrazioni, è necessario un atto di lungimirante equità normativa: elevare il tetto di defiscalizzazione degli attuali 5,29 euro”.

All’epoca, il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, e quello dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, avevano abbozzato. Poi i soldi previsti per i buoni pasto sono finiti nella social card. Insomma: niente di fatto. Mentre in Portogallo, il valore esentasse dei ticket ha già raggiunto i 6,70 euro, in Francia i 7 euro e in Spagna i 9 euro.

Ma quanto costerebbe innalzare il tetto esentasse dei buoni pasto? Secondo lo stesso Stoppani, poco o niente. “Il minor gettito in termini di Irpef – diceva – sarebbe infatti bilanciato in parte dalle maggiori entrate fra Iva, Irap e in parte dai maggiori contributi da parte degli esercenti per l’effetto dell’aumento dei consumi”. Previsioni del presidente Fipe a parte, nelle diverse ipotesi già formulate si tratterebbe di una cifra oscillante tra i 23 milioni di euro (per un buono pasto di 7 euro) a 41 milioni di euro se si arrivasse a 10 euro.

 

 

                                                                        Mattia Ronchei