Buoni pasto – seconda parte

ANALISI E RICERCHE DI MERCATO

Buoni pasto: si può iniziare da una buona nuova, per arrivare, poi alle tante, vecchie, solite note dolenti.

 

L’ultima news ce la regala Palermo e la società emittente Qui! Group. Da pochi giorni, infatti, i dipendenti degli uffici postali del capoluogo  siciliano possono utilizzare il buono pasto elettronico di Qui! Group al posto del tradizionale blocchetto cartaceo. Il buono viene caricato su una carta prepagata multifunzione e speso con facilità, presso tutti gli esercizi dotati di terminali Pos di ultima generazione.  Semplice, comodo ed efficace. Lo fanno già altri e potrebbe essere la strada da seguire per il futuro.

Dal passato bisogna invece partire per parlare dei soliti problemi legati al rapporto tra pubblici esercizi e sistema dei cosiddetti ticket restaurant. E precisamente dal  15 marzo del 2007, quando migliaia di bar e ristoranti in Italia decisero di non accettare i buoni. Si parla di un mercato da 2.000 miliardi che sfama ogni giorno oltre 1 milione di lavoratori.Lo scopo era protestare contro quello che le categorie interessate definivano “il malcostume del datore di lavoro”, lo sconto richiesto in gara per l’acquisto dei buoni pasto.

Metà febbraio 2010. A quasi tre anni di distanza è cambiato davvero poco. Il famoso sconto gira ancora intorno al 20%, e con la crisi dei consumi che non accenna a placarsi è l’intero sistema che ne soffre. Morale della favola: ancora oggi, su un buono di 5,29 euro diversi gestori di bar ne incassano circa 4,50.

Lo conferma a Spaziohoreca il presidente dell’Anseb, l’associazione che rappresenta le società che emettono i buoni pasto, Sandro Fertino:  “Le gare per l’acquisto dei buoni sono troppo penalizzanti per le società di emissione. Se le gare partono da prezzi troppo bassi questi poi si rifanno non solo sulle società stesse, ma anche sui pubblici esercizi. Noi chiediamo delle procedure di gara che tutelino al massimo la qualità del servizio e il valore del buono pasto”.

E alla fine gli sconti a quanto ammontano? “Non ho dati precisi – continua Fertino – il 20% mi sembra eccessivo, ma potremmo prendere come riferimento i numeri di assegnazione della gara Consip, con  punte del 18%”.

Poi  Fertino mette nel mirino anche la questione fiscale. “Come presidente dell’Anseb la tematica che più mi sta a cuore è quella del tetto dell’esenzione fiscale del buono che è troppo bassa  ed è ferma da 15 anni a 5,29 euro”.

Il meccanismo, comunque, funziona così. I protagonisti sono quattro: i datori di lavoro e i lavoratori, le aziende che emettono i buoni pasto e le imprese che erogano il servizio (si parla ovviamente di bar, ristoranti ecc.).

La società di buoni pasto vince la gara indetta dall’azienda sulla base di uno sconto che in parte è recuperato con una commissione che paga l’esercente. A questo punto entra in scena il dipendente che riceve parte del suo stipendio in buoni. Per quelli fino a 5,29 euro, a differenza del corrispettivo in denaro, non si pagano tasse. Ma questa cifra è ferma da 15 anni e nel frattempo il costo della vita è notevolmente lievitato. Quindi il buono viene speso in un esercizio convenzionato. La società di ticket, però, pagherà all’esercente non il valore nominale ma la cifra sulla base della quale ha vinto la gara. Infine l‘esercente va a riscuotere il buono dalla società emittente che impiega circa un mese di tempo per i controlli. L‘esercente viene rimborsato dopo “un pò” di tempo.

Ma quanto? E qui parte l’ultima diatriba. All’epoca la Fipe parlava di circa otto mesi. Fertino smentisce questi numeri, almeno per le sue associate. Parliamo di Accor Services, Buon Chef, Sodexho Pass, Ristomat, Day Ristoservice Spa,  ma basta andare un po’ in giro e chiedere ai ristoratori per rendersi conto che i tempi restano ancora troppo lunghi.

I numeri (anche se un po’ datati, risalgono al 2006) parlano chiaro. In Italia ci sono poco meno di due milioni e mezzo di lavoratori che usufruiscono  del servizio, pochi player forti si dividono la fetta più grande del mercato e soprattutto, come si diceva, ancora oggi, su un buono di 5,29 euro diversi gestori di bar ne incassano parecchi in meno, spesso poco più di 4,00 euro.

Insomma, l’anello più debole della filiera finisce per essere proprio quello dei lavoratori. Per i ristoratori, infatti, i ricavi arrivano dal valore complessivo dei buoni pasto accettati al netto dello sconto richiesto dalla società emittente al momento del riacquisto del buono emesso. E così  lo sconto che il datore di lavoro richiede (e ottiene) al momento dell’affidamento del servizio ad una società di buoni pasto finisce per forza di cose per gravare  sugli esercizi di ristorazione.

All’epoca, tre anni fa, la Fipe denunciava: se il datore di lavoro acquista per i suoi dipendenti buoni dal valore “nominale” di 5,29 euro, il prezzo di acquisto, con uno sconto del 20%  diventa di 4,23 euro.  Su un valore di 30mila euro all’esercente il giochetto costa 3.600 euro, cui aggiungere altri 2.400 euro di oneri finanziari per ritardato pagamento (fino a 8 mesi)… ma ad oggi ancora non è cambiato nulla.

 

 

                                                                  Mattia Ronchei