Caffè: 70 milioni di ragioni per berlo

ANALISI E RICERCHE DI MERCATO

Prendere il caffé è un rito: in tanti ormai non riescono a iniziare la giornata senza l’aroma intenso del liquido scuro e l’espresso, ristretto, potente, con la tipica gustosa crema è nel Belpaese “il caffé” per antonomasia.

Il mercato del caffé attraversa da molti anni la fase di maturità dei consumi. La penetrazione della “passione liquida” nelle famiglie italiane è del resto prossima al 100%. In termini di consumo procapite (5,8 chili con una media di oltre 37 chili annui per nucleo familiare), gli italiani sono in classifica dietro a quello che caratterizza altri Paesi europei: Finlandia 11 seguita da Svezia 10, Norvegia 9.9, Danimarca 9.1, Svizzera 7.5, Paesi Bassi 7.4, Austria 7.3, Germania 6.9, nei quali però il caffé è altra cosa: una bevanda lunga da sorseggiare, simile in questo alle modalità di consumo del tè o delle tisane. In Italia non teme concorrenza la tradizione dell’espresso, fatto con la macchina o con la moka, dal gusto intenso e dalla classica funzione tonificante, anche se timidamente comincia a farsi spazio la diffusione del caffé lungo con cui alcuni grandi marchi si rivolgono ad un target giovane desideroso di novità anche nei drink caldi. Non meraviglia quindi il fatto che le grandi aziende si sforzino di adottare le migliori strategie per conquistare il mercato dei fedelissimi del caffé. Attraverso i canali del dettaglio alimentare vengono commercializzati i due terzi di volumi complessivi di caffé consumato nella Penisola. Ma a questi corrisponde soltanto il 30% delle vendite in valore, mentre il restante 70% concerne il settore dei consumi fuori casa. In termini di valore del business, quindi, la ristorazione è largamente più importante rispetto al dettaglio alimentare, ancorché caratterizzata da politiche di marketing e commerciali in gran parte sensibilmente differenti. Nonostante la crisi dei consumi, figlia soprattutto delle macchinette automatiche sempre più diffuse negli uffici, ogni giorno nei pubblici esercizi si servono 70 milioni di tazzine, con un giro d’affari di 50 milioni di euro. Lungo, ristretto, corretto, shakerato, freddo, moka classico, alla napoletana, alla nocciola, americano, espresso, macchiato freddo, macchiato caldo e così via in declinazioni che specie in Italia potrebbero durare ore. Da non dimenticare a questo proposito alcune bevande come la bibita al caffè, “la Brasilena”, che da tanto tempo in Calabria è una delle bevande richieste al bar da  tanti clienti soprattutto durante la stagione estiva. Da una ricerca svolta dall’Istituto internazionale assaggiatori caffé (Iiac), in collaborazione con il Centro studi assaggiatori, che ha testato 811 bar divisi in 16 regioni emerge però che un caffé su due bevuto nei bar italiani non raggiunge la sufficienza. Gli assaggiatori (per l’80% sono uomini tra i 30 e i 44 anni) hanno esaminato il momento della pausa-caffé al bar nel suo complesso: dal lato visivo a quello olfattivo e gustativo, per passare poi alla valutazione di pulizia, gentilezza e ordine dei locali. Ciò perché, spiega la ricerca, mentre il ristoratore cerca di utilizzare prodotti e proporre piatti in linea con l’ambiente, i bar non hanno la stessa attenzione per il caffé , pur costituendo una parte considerevole dei propri incassi. Nella discussione interviene però la direzione generale della Fipe-Confcommercio, che difende i baristi sottolineando che spesso lavorano in condizioni difficili, stretti tra i torrefattori che li tengono in una posizione di inferiorità e le associazioni dei consumatori continuamente all’attacco sull’aumento dei prezzi. Vuoi che sia consumato tra le mura di casa o al tavolino di un bar il dato significativo resta che nell’arco di soli tre secoli il caffé ha conquistato oltre il 90% della popolazione adulta mondiale, collocandosi al terzo posto tra le bevande più bevute, dopo l’acqua e il vino. Negli ultimi decenni il mercato del caffé ha raggiunto dimensioni che lo posizionano come una delle maggiori commodities del commercio internazionale. Con un giro d’affari secondo soltanto al petrolio, il commercio del caffé crudo rappresenta un settore di vitale importanza per le economie di una larga parte dei paesi produttori. Quattro sono le aree in cui il caffé viene coltivato: Sud America, (Brasile, maggior produttore con una quota pari al 30% del mercato mondiale, il Venezuela, la Colombia, al terzo posto tra i paesi produttori di caffé, il Perù e l’Ecuador), l’America Centrale e Caraibica (dal Messico fino a Panama, isole dei Carabi), l’Africa e infine l’Asia (in particolare l’India e l’Indonesia che è il secondo produttore mondiale). Esistono due importanti mercati del crudo: la Borsa di New York per le qualità Arabica e la Borsa di Londra per quelle Robusta. Il prezzo del caffé varia in relazione alle diverse qualità, caratteristiche e origine del prodotto, alle variazioni climatiche, agli eventi politici, ai fenomeni speculativi e all’andamento delle valute. Quello del caffé è dunque un mercato ad alta intensità di marketing. Le attività di comunicazione pubblicitaria, per le aziende che puntano a guadagnare o conservare rilevanti quote di mercato sul piano nazionale, raggiungono alti livelli in rapporto ai fatturati sviluppati, e costituiscono il tramite indispensabile per mantenere ed accrescere la forza della marca. E se a qualcuno dovesse venire il dubbio che troppo caffé fa male, è bene ricordare che  non c’è nulla di male a consumare anche più di una tazzina di caffè al giorno poiché l’amata bevanda nera  – secondo l’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano – protegge il fegato da malattie gravi come cirrosi e tumori e fa molto bene agli anziani grazie all’azione antiossidante dei diterpeni. In particolare, la caffeina mantiene le menti giovani, allontana l’Alzheimer, conserva la memoria e migliora le capacità di apprendimento. E (anche) per questo il rito della “passione liquida” non muore mai.

                                                                                                          Nello Lauro