Caffè “amaro”

INIZIATIVE

Si è svolto alla Fortezza da Basso di Firenze, in occasione di Terra Futura la quattro giorni dedicata alla mostra – convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità, un’interessante incontro che intendeva fare il punto sull’attuale situazione relativa alla produzione del caffè, nell’ottica non tanto del consumatore oppure della grande industria distributrice quanto della condizione dei paesi produttori e dei tanti agricoltori che dedicano le proprie energie alla coltivazione delle preziose bacche da cui nasce la nera bevanda.

A parere degli organizzatori Terra Futura nasce “dall’obiettivo comune di garantire un futuro al nostro pianeta – e di farlo insieme -, la manifestazione mette al centro le tematiche e le ‘buone pratiche’ della sostenibilità sociale, economica e ambientale, attuabili in tutti i campi: dalla vita quotidiana alle relazioni sociali, dal sistema economico all’amministrazione della cosa pubblica”. Così i grandi spazi della Fortezza da Basso fiorentina accolgono un vasto numero di stand e di banchi in cui vengono presentati al pubblico prodotti alimentari, nuove tecnologie, iniziative di enti pubblici e privati, produzioni di tessuti ed altri materiali di consumo, tutti accomunati dall’obiettivo di salvaguardare il nostro pianeta da pratiche che, in nome del profitto ad ogni costo, tendono a depauperarlo dalle sue risorse naturali e ne sfruttano popolazioni e ambiente. “Pratiche – continuano gli organizzatori nella brochure di presentazione – che, se adottate e diffuse, contribuirebbero a garantire la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, e la tutela dei diritti delle persone e dei popoli”. Una kermesse che presenta un mondo diverso da quello in cui siamo abituati a vivere, dove il servizio, alle persone e all’ambiente, prevale sul guadagno e dove le risorse naturali sono utilizzate per il bene comune e non sfruttate a beneficio di pochi. Nel panorama complessivo della manifestazione uno spazio è stato riservato al caffè, non tanto dal punto di vista dei consumi  o delle sue proprietà oppure della situazione altamente competitiva delle grandi multinazionali distributrici della polvere nera nel mercato internazionale, ricordiamo limitandoci al solo mercato italiano che la Lavazza, settimo produttore mondiale di caffè torrefatto, è passato da un fatturato di 706,85 milioni di euro del 2000 ai 1.044,00 del 2007, registrando in sette anni un incremento pari al + 47,7%, non molto diverso il caso del gruppo Massimo Zanetti Beverage che pressappoco nello stesso lasso di tempo era passato da 300 a 900 milioni di euro di cifra d’affari o alla Nestlè, leader mondiale, che ha da tempo ormai superato i dieci miliardi di euro di fatturato (10,74 nel 2007), quanto dei meccanismi che legano i coltivatori al resto della filiera produttiva. Una prima considerazione è legata al numero di persone la cui sopravvivenza è, in qualche modo, legata a questo prodotto: oltre 125 milioni, concentrate per la grande maggioranza in centro e sud America, con punte notevoli in Asia (il Vietnam è attualmente il secondo produttore mondiale dopo il Brasile) e in Oceania. In pratica i paesi che coltivano la pianta del caffè superano le 50 unità e danno lavoro a una miriade di piccoli produttori. Infatti, tranne alcune grandi piantagioni localizzate principalmente in territorio brasiliano, la gran parte dei produttori sono piccoli proprietari o affittuari (70,0% del mercato) sparsi lungo la linea equatoriale che collega il Tropico del Cancro a quello del Capricorno, dal momento che la pianta cresce soltanto in pieno clima tropicale. Tanto gli agricoltori che i braccianti impiegati nella coltivazione del prodotto vivono esistenze di estrema indigenza, subendo il continuo ricatto della mancanza di lavoro, mentre il mercato prospera (e qui è proprio il caso dirlo) sulle loro spalle. La estenuante filiera produttiva accresce a dismisura i costi iniziali del prodotto, dovendo tutti i vari livelli aggiungere al prezzo finale il proprio margine di guadagno. Guadagnano i coyote (nome fortemente evocativo affibbiato agli intermediari fra coltivatori locali ed esportatori), guadagnano gli esportatori  che vendono ai torrefattori, guadagnano i torrefattori al momento di consegnare la merce ai distributori, prima che la bevanda raggiunga il consumatore finale. Nel 2007 al coltivatore restava intorno al 14,0% del prezzo finale del prodotto al dettaglio. In virtù di tale situazione alcuni produttori minori, interessati a dar vita ad un mercato alternativo a quello delle grandi corporation in grado da un lato di garantire una qualità più alta del risultato finale e dall’altro di aumentare i guadagni dei contadini, coadiuvati da organizzazioni non governative hanno tentato di riunire alcuni piccoli produttori in cooperative che siano in condizione di trattare direttamente con le aziende di distribuzione per confezionare insieme un prodotto di alta qualità. Questo è l’obiettivo del progetto Jamao (del quale abbiamo già parlato in un’intervista del 10 novembre 2008) presentato da Caffè River e dalla ONG Ucodep che hanno insieme tentato di instaurare con alcuni agricoltori della Repubblica Domenicana, che occupa la parte orientale dell’isola di Hispaniola (Santo Domingo) dividendone il territorio con lo stato di Haiti, questo modello economico innovativo. L’area coinvolta si estende nelle provincie interne di Bahoruco, Elias Piñas, Indipendencia e Salcedo dove la lussureggiante vegetazione tropicale e il clima particolarmente favorevole favoriscono la crescita delle piante di caffè. Da anni tale produzione rappresenta una risorsa importante per l’economia dell’isola, dove fra piccoli e grandi coltivatori si raggiunge la bella cifra di 50.000 coltivatori, produzione che rappresenta il 12,0% del PIL nazionale. La grande crisi che ha colpito il settore fra il 1997 e il 2003 aveva messo in ginocchio una parte considerevole dei piccoli e medi produttori  con riflessi negativi sull’intera economia del piccolo Stato. Ucodep e Caffè River hanno così deciso di impegnarsi insieme nell’elaborazione di un programma di riorganizzazione produttiva e commerciale del settore. Ecco nascere il progetto Jamao che si articola in tre fasi principali: una prima consistente nella formazione tecnica degli agricoltori che aderiscono all’iniziativa fornendo loro una serie importante di nozioni specialistiche utili ad ottenere un prodotto finale di alta qualità (il solo che gli permette di competere efficacemente in un mercato di così ampie proporzioni), una seconda che ha previsto la registrazione di un marchio di qualità (appunto Caffè Jamao) e, infine, una terza in cui Caffè River acquista e distribuisce il prodotto finito riconoscendo ai produttori un equo guadagno. Una volta superate le notevoli difficoltà di ordine burocratico, è stata necessaria una capillare opera di proselitismo che in prima battuta è riuscita a riunire non più di 17 coltivatori. Oggi il consorzio coinvolge 1.500 produttori, i quali hanno la prospettiva concreta di poter crescere le proprie famiglie nel territorio dei loro padri, con un livello di relativo benessere. Per l’azienda aretina una scommessa importante che ha, però, ritorni significativi anche sul piano strettamente commerciale dal momento che permette la distribuzione di un caffè che mantiene la sua tipica biodiversità, di offrire al consumatore un prodotto di qualità e di poter competere sul mercato a prezzi concorrenti.  Un esempio importante di commercio equo e solidale, teso ad attenuare gli effetti negativi che una globalizzazione senza regole può avere sui piccoli produttori agricoli, proteggendoli dalle perdite di valore che le speculazioni di mercato sono solite generare. La via da percorrere per un’economia più giusta.

 

 

                                                       Stelvio Catena