Il fenomeno bio

ATTUALITA’

Quanto sia dovuto a un’informazione che semina apprensione e paure, quanto, piuttosto, alla consapevolezza di uno scadimento della qualità generale, quanto, ancora, all’incedere inarrestabile di una globalizzazione dei mercati agricoli, che porta sulla nostra tavola pietanze da ogni angolo della terra, di fatto l’acquisto e, di conseguenza, il consumo dei cibi biologici registra negli ultimi tempi una impennata davvero notevole. A farne le spese sono i cibi tradizionali, proviamo a capirne il perché.

 

                                                                                 Stelvio Catena

 

Per tutti coloro che forniscono ai consumatori cibo da degustare, sia sotto forma di pietanze, che di snack, che di appetiser e via dicendo, in massima parte “fatto in casa”, è bene tenere conto nella selezione degli ingredienti da acquistare di un fenomeno che sta assumendo dimensioni considerevoli. Si tratta dell’incremento nell’utilizzo dei cosiddetti alimenti biologici. Le elaborazioni della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) sui dati ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), riferiti al primo quadrimestre dell’anno che sta ormai volgendo al termine, documentano un vero e proprio piccolo terremoto che sta investendo alcuni fra i cibi di maggior gradimento nell’attuale panorama alimentare nazionale. Ad esempio il consumo dei formaggi freschi, naturalmente biologici, è aumentato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, del + 101,0%, quello delle mozzarelle del + 83,0%, mentre i crackers crescono del +54,0%, la pasta del + 35,0%, il latte del + 32,0%. Valori che documentano una crescita più contenuta per il settore ortofrutta, dove raggiungono punte del + 24,0% i finocchi e del + 20,0% le clementine. Nel complesso l’incremento si attesta su di un + 16,1%, in prevalenza nelle regioni del Centro- Nord. Cifre notevoli per prodotti di uso giornaliero, che rappresentano la base dell’alimentazione nostrana. Acquistano l’etichetta di “cibi biologici”, quelli in cui si sfrutta la naturale fertilità del suolo aiutandola con interventi limitati, si favorisce la biodiversità dell’ambiente e si esclude l’utilizzo di organismi geneticamente modificati. È la stessa Unione Europea a dettare le regole secondo le quali un prodotto può essere definito biologico: escludere le sostanze chimiche di sintesi (concimi, anticrittogamici, diserbanti, insetticidi e pesticidi in genere) e i coloranti negli alimenti trasformati, attuare la rotazione delle colture, effettuare il compostaggio dei prodotti di scarto, utilizzare i foraggi biologici e fornire la garanzia di spazi sufficienti per gli animali negli allevamenti. Se dal punto di vista della salvaguardia della salute i vantaggi risultano evidenti, nonostante alcuni ricercatori dell’”American Journal of Clinical Nutrition” dichiarino non esistere differenze importanti tra cibo biologico e cibo convenzionale dal punto di vista di valori nutrizionali, da quello del costo il rapporto appare sensibilmente sbilanciato. Un’inchiesta di “Altroconsumo”, l’associazione per la difesa e la tutela dei consumatori più diffusa in Italia, ha messo a confronto una spesa tradizionale (frutta e verdura, pasta e passata di pomodoro, biscotti, succhi di frutta, latte, olio e dadi da brodo) con una a base esclusivamente di prodotti biologici. Ebbene lo scontrino di quest’ultima è risultato quasi il doppio rispetto alla prima, con le zucchine più care del 132,0% . Ipotizzando, nel nostro caso, l’utilizzo di tali materie prime nella composizione dei cibi da proporre alla clientela, il valore monetario del prodotto finito sarebbe tale da rendere difficile la comprensione del prezzo da parte consumatore, e la segnalazione sul menu oppure nei cartellini al banco con la descrizione degli ingredienti intorno all’uso di sostanze biologiche non è certo che giustifichi appieno, almeno agli occhi dell’avventore sempre sospettoso riguardo ai ricarichi degli esercenti, lo scarto di costo. Eppure di fronte a una tendenza che sembra assumere valori quantitativi importanti, sia dal punto di vista della diffusione che dell’interesse, coinvolgendo aree sempre più vaste di utenti, sarebbe necessario mettere in condizione gli operatori del settore della ristorazione fuori casa, ma anche il cittadino comune, di poter accedere a tale produzione senza dover necessariamente spendere una fortuna. Del resto, se per un verso è giusto riconoscere qualche euro in più a chi sopporta una fatica maggiore per fare a meno di chimica e tecnologia, dall’altro non ci sembra equo mettere in condizione soltanto un limitato numero di privilegiati, in massima parte in possesso di maggiori quantità di denaro, di poter decidere quale tipo di spesa effettuare. Una soluzione potrebbe consistere nella ripresa e nello sviluppo dei “mercati locali”, quelli che si riforniscono dai cosiddetti “produttori a chilometri zero”, cioè residenti nel territorio, dal momento che, almeno a parere dei produttori stessi, i costi maggiori riguardano proprio la distribuzione delle derrate. Un impegno supportato dalle amministrazioni locali e dalle associazioni di categoria, attraverso una corretta calendarizzazione degli eventi e nella individuazione di spazi pubblici adeguati. In questo modo si metterebbero in condizione di accedere alla produzione biologica vasti strati di popolazione e non soltanto i “soliti noti”.