L’annus horribilis della ristorazione: meno 3% nel 2009

L’INTERVISTA

L’anno si chiude con una flessione del fatturato di tutto il settore Horeca. E per la prima volta il saldo tra chiusure e nuove aperture sarà negativo. Edi Sommariva, il direttore generale di Fipe-Confcommercio, chiede anche al governo di fare la sua parte: “servono interventi  per ridurre alcune tasse sul suolo pubblico, o pensare a politiche di vantaggio sul costo dell’energia e del lavoro” 

 

“Chiuderemo il 2009 con una flessione del fatturato del settore Horeca tra l’uno e il due per cento. Ma se consideriamo  solo la ristorazione (quella da evento, esclusi i bar) il segno meno sale al 3%”. Non si tratta di previsioni alla buona buttate lì da un attore del settore scoraggiato per l’andamento della crisi, ma dei numeri messi nero su bianco da Edi Sommariva, direttore generale di Fipe-Confcommercio (la federazione dei pubblici esercizi). E non sono i soli. “Purtroppo – continua –  per la prima volta avremo un trend negativo di esercizi chiusi rispetto alle nuove aperture. Abbiamo i dati ufficiali fino a settembre 2009, ma questa tendenza sarà confermata anche nei mesi successivi“.

 

E allora vediamola nel dettaglio questa tendenza. Secondo la stessa Fipe-Confcommercio, nei primi nove mesi dell’anno le cessazioni tra bar e ristoranti sono state 634 in più rispetto alle aperture. “E’ un dato ‘storico’ – spiega Sommariva – perché mai si era registrato un bilancio con il segno meno su un arco temporale di un anno, il che dimostra come i deboli segnali di ripresa non trovino riscontro nella realtà delle imprese che vivono di consumi interni”.

 

Da gennaio a settembre, infatti, sono state iscritte 15.738 imprese, mentre ne sono cessate 16.372. E la crisi ha chiuso le saracinesche soprattutto ai più piccoli, ai pubblici esercizi con meno di 5 addetti e alle realtà a conduzione familiare nei piccoli centri italiani.

 

Soffre, e tanto, il Nord con l’Emilia Romagna che guida la lista dei segni meno a quota 189. Quindi si scende fino ad arrivare al Lazio,  saldo negativo a 158, e al Sud, dove  la Sicilia supera l’asticella dei 200 pubblici esercizi chiusi rispetto alle aperture (quota 216). Ma è proprio il Mezzogiorno che regala qualche sorriso.  La Campania, per esempio, a più 266, la Puglia, più  3 e la Calabria, più 88.

 

La maggior parte dei locali che hanno chiuso sono di fascia media, il 70% delle imprese del settore, 175 mila circa su un totale di 250 mila. “Il nostro – sottolinea Sommariva – è un comparto che si sta polarizzando, caratterizzato da una fascia di offerta alta e una bassa, chi soffre alla fine è quella intermedia che rispecchia l’effetto della crisi che non offre spazio ai consumi interni”.

 

Annus horribilis, si diceva. E analizzando il dettaglio di un 2009 da dimenticare si scorge anche un altro dato significativo: nelle grandi città il 40% delle nuove aperture è dovuto agli immigrati. “Questo significa – continua il direttore generale di Fipe-Confcommercio – che chi entra nel mercato lo fa con poca forza, perché si tratta di imprese familiari, per lo più immigrate, appunto, che non hanno grandi legami e tradizioni rispetto al territorio”. E quindi? ”Questo inevitabilmente porta a una perdita di identità per il settore. Oggi, in pratica, rischiamo di trascurare la nostra tipicità, il nostro stile e quindi di perdere anche quell’attrattività che da sempre ha contraddistinto il settore Horeca in Italia. E penso che questo dovrebbe far riflettere il governo”.

 

Il governo, appunto, che storicamente non ha mai prestato grande attenzione rispetto a un settore tradizionale del Paese “Si potrebbero – conclude Sommariva – ridurre alcune tasse sul suolo pubblico, o pensare a politiche di vantaggio sul costo dell’energia e del lavoro. Altrimenti l’alternativa è quella di nascondersi rispetto allo Stato, cosa che gli stranieri fanno più di altri…”

 

 

                                                                                  Tobia De Stefano