OGM: quale futuro?

ATTUALITA’

La recente sentenza della Commissione Europea che permette sul territorio comunitario la coltivazione della patata geneticamente modificata, ripropone con forza il problema di tale tipo di colture che, se da un lato permettono una produzione quantitativamente significativa e con un’altissima percentuale di prodotto commerciabile, dall’altro standardizzano la produzione con grave danno delle singole colture specifiche di territori particolari. Un grave colpo a quella “biodiversità” che così larghi consensi sta incontrando nel nostro paese.  

                                                                                                                                

La sentenza di Bruxelles parla chiaro: da subito è possibile coltivare la patata Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf, modificata in modo da avere un maggiore contenuto di amido. La scelta dell’organismo internazionale avviene dopo una querelle durata diversi anni, in virtù delle riserve espresse dall’Efsa (Autorità UE di sicurezza alimentare)riguardo alla presenza nel prodotto modificato di un gene marker che conferisce resistenza ad un antibiotico importante per la salvaguardia della salute umana. In tal senso esiste una direttiva precisa, la 2001/18, alla quale si faceva ricorso per bloccare il processo di autorizzazione alla coltivazione della patata. Al di là del fatto specifico la decisione assume un valore concreto dal momento che infrange una regola che aveva resistito dal lontano 1998 fino ad oggi sul divieto di introdurre all’interno del mercato continentale derrate geneticamente modificate. L’autorizzazione concerne soltanto la produzione di patate destinate alla coltura e all’alimentazione degli animali, ma gli effetti, dal momento che, comunque, le carni formeranno cibo per gli esseri umani, si ripercuoteranno inevitabilmente anche sulle persone. Superato lo scoglio iniziale già sono allo studio nuovi interventi. Quello allo stadio più avanzato riguarda il mais, che si ritiene possa giungere alla conclusione in tempi assai brevi. L’Italia non ci sta e prende posizione criticando in modo risoluto la decisione della Commissione. Il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali della penisola, Luca Zaia, minaccia addirittura di ricorrere ad una consultazione pubblica per invalidare la delibera UE: “Credo che si possa ragionare intorno alla possibilità di un referendum popolare – tuona il membro del governo  – che su questo argomento sgombri ogni campo a proposito di ciò che in Italia si vuole davvero attorno al sistema agroalimentare nazionale”. Una scelta precisa, anche se sui risultati di un referendum si può sempre ritornare come dimostrano le iniziative governative per la costruzione delle centrali atomiche, possibilità negata proprio dall’applicazione dell’istituto referendario, che conferma l’intenzione del massimo organismo statale di proteggere le produzioni biologicamente protette. Del resto è ormai in corso da diversi anni in tutto il paese, con risultati decisamente positivi tanto per il mercato (grazie alla ripresa di numerose produzioni locali ormai dimenticate da tempo) che per il consumatore (che può accedere a prodotti sani e, il più delle volte, non trattati chimicamente), l’incremento della fabbricazione di prodotti tipici regionali, spesso da agricoltura biologica. Tale crescita rientra in una precisa strategia produttiva che intende valorizzare le aree territoriali specifiche rilanciando i mercati locali e le produzioni a “km zero”, che sta trovando ampio consenso sia presso i rivenditori sia da parte della clientela. Il via libera agli OGM da parte del massimo organismo comunitario, rischia di mettere in crisi il disegno complessivo dello Stato italiano a sostegno della propria economia agricola. Se le singole ragioni economiche sembrano prevalere nei rapporti fra i diversi stati nazionali, da parte della Città del Vaticano c’è stata una precisa presa di posizione a favore della decisione comunitaria perché giudicata un aiuto concreto alla lotta contro la fame nel mondo. Mons. Sorondo, infatti, ha dichiarato, in una pausa dei lavori del vertice cubano sui problemi dell’economia nella globalizzazione, che lo sviluppo di sementi transgeniche per combattere la fame è un “fatto positivo” e può trasformarsi in un aiuto concreto a far affermare “la giustizia tra i beni e le persone”. Insomma la situazione si presenta complessa poiché entrambe le parti in conflitto sembrano avere valide ragioni da porre sul tavolo a sostegno delle proprie posizioni. Di fatto sono in ballo due concezioni in pratica contrapposte di intendere la soluzione alle problematiche alimentari che ancora affliggono il pianeta. Da una parte il sostegno a tante piccole realtà produttive capaci di diversificare l’offerta e mantenere ricco l’assortimento di prodotti presenti sul mercato, dall’altra un numero più limitato di prodotti capaci di formare una solida base alimentare, però in grado di soddisfare pienamente la richiesta dell’insieme delle popolazioni che affollano il pianeta. L’importante è che chiunque abbia la meglio ponga al primo posto del proprio agire la salvaguardia della salute umana.

 

 

Stelvio Catena