Relais Corte di Lequio

CUNEO

Può accadere che un fine cena si concluda disegnando un sogno. E talvolta può capitare che i sogni assumano nomi diversi: sinonimi con tracce di concretezza.

Quando succede si chiamano progetti.

È quello che è capitato alla coppia Elena Paone e Andreas Rapin: lei interior designer, lui affermato professionista tedesco che in Germania ha uno studio pubblicitario.

Sul finire di un tête à tête in un ristorante romantico i due, per scherzo ma non troppo, hanno cominciato a schizzare su fogli sparsi il loro sogno: un piccolo hotel dove trascorrere la loro vita e dividerla con i loro ospiti.

E quei disegni a biro con gli schizzi approssimativi delle stanze, della cucina, dell’area benessere poco alla volta uscivano dal foglio e riempivano la loro fantasia. Quando, dopo ore, il loro tavolo era apparecchiato solo di quella miriade di scarabocchi che neanche in uno studio di architettura, per Elena e Andreas erano chiare due cose: non avrebbero mai litigato sullo stile perché possedevano lo stesso gusto e la loro vita, già dal giorno dopo, si sarebbe concentrata a trovare il luogo adatto per realizzare il loro “progetto”.

La terra già la conoscevano: dovevano essere le Langhe di cui si erano innamorati a prima vista e definitivamente. Rimaneva da decidere su quale collina e in che versante erigere il relais.

La individuarono qualche anno dopo, a Lequio Berria, poco distante – è vero – dalla più rinomata Monforte d’Alba, ma abbastanza lontana per esser cercata solo da chi sarebbe andato alla ricerca di tutta la tranquillità che questo piccolo comune di poco meno di seicento abitanti in provincia di Cuneo sa offrire.

Quello  che venne loro proposto era un rustico ormai fatiscente. A Elena e Andreas bastò uno sguardo per capire che sarebbe stato più conveniente demolirlo del tutto che non provare a ristrutturarlo.

Agli abitanti di Lequio, invece, occorsero due anni – tanto durò il cantiere- per ricredersi sulla loro prima idea: che ci volevano dei pazzi per pensare di costruire qualcosa su quei sassi anneriti.

Abituati da una vita ad avere come unico orizzonte quello delle colline sinuose disegnate a filari e, come estrema visuale, quella delle montagne innevate del Piemonte, portavano dentro la bellezza di quei luoghi come un lascito qualsiasi. Non così armonioso nel suo carosello di contrasti, né così seducente come invece lo vedevano Elena e Andreas.

Così, quando anche l’ultimo tir risalì da quella stradina dopo aver lasciato i mobili scelti uno ad uno, fu il momento di dare un’anima a quei muri di pietra sorretti da travi antichi, sabbiati pazientemente e profumati dal tempo.

Quello che Elena voleva era dare a ognuna delle sei camere uno stile diverso. Sbizzarrendosi negli arredi come prima di allora aveva sempre fatto per i clienti che nel lavoro richiedevano la sua professionalità, riuscì a dare calore a stanze mai prima di allora abitate.

In una calibrata alchimia di antico e totalmente contemporaneo che incanta prima ancora di sorprendere, sono scaturiti ambienti assolutamente magici. Qui il design non soverchia i piccoli oggetti di una volta: candelabri, stampe preziose, minuti soprammobili come ricordi di una casa abitata con amore.

Se mai i due estremi finiscono per collimare in una sola – calda – atmosfera che fa sentire l’ospite a casa. Anzi, di più: in quella casa che ognuno vorrebbe possedere, con gli spazi comuni che non risentono di porte divisorie e si affacciano uno sull’altro in un’infilata continua di cui l’occhio percepisce l’armonia ancora prima che l’ampiezza.

 

Nelle camere si è giocato con le più moderne tendenze in fatto di hospitality contemporaneo: e quindi via libera alle vasche lasciate appositamente in mezzo alla stanza, letti con la testiera in cavallino come nel miglior stile Bauhaus, televisori al plasma come quadri appesi alle pareti, pavimenti in parquet di legno non trattato, scuro e rumoroso. E camini: nell’ambiente per la riservatezza degli ospiti lineari e puliti, negli spazi comuni a tutta altezza, enormi e sempre accesi. Utili anche per grigliate improvvisate e favorevoli alla convivialità. Che qui è di casa.

La grande cucina, per esempio, col tavolo di legno grezzo e i piani di lavoro dello stesso materiale è il ritrovo, la sera, per gli ospiti che possono dilettarsi ai fornelli. Ognuno con la parte di capacità che gli è propria. Ma Elena ha previsto anche incontri con i cuochi del posto, che poco o nulla, coi prodotti che il territorio mette loro a disposizione, hanno da imparare.

La zona benessere, in una piccola costruzione parallela a quella riservata alle quattro delle sei stanze disposte su una sorta di ballatoio sopra l’area comune, ha la Jacuzzi per l’idromassaggio esterna che affaccia sui monti del Piemonte. La vista si perde perché, da questa altezza, non ci sono ostacoli che la ostacolano. Così, dalla piscina in cemento volutamente lasciato grezzo, che col sole acquista accenti verdi smeraldo, è assicurata la migliore visuale sulle Langhe che scollinano verso le vette più alte. In un conturbante abbraccio di natura e benessere.

Il sogno di una cena in una sera di fine estate per Elena e Andreas è oggi tutto qui.

Se chiedete loro quanta fatica sia costata seguire dalla Germania l’attività di costruzione rispondono che i tempi si sono diluiti all’inverosimile e che gli incartamenti che richiede la burocrazia italiana li hanno fatti prima arrabbiare poi ridere, perché non c’era altro da fare.

Sorridono, si guardano, e dicono che ne valeva la pena. E tu non hai bisogno di guardarti attorno ancora una volta per sentire che hanno ragione. Il loro relais è lì, come se fosse sempre appartenuto a quel posto. O come se non ci fosse stato al mondo un altro posto così, per contenerlo.

 

 

Relais  La Corte di Lequio

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