Roma e Napoli, proteste contro le amministrazioni

ATTUALITA’

Nella Capitale alcuni ristoratori aumenteranno i prezzi del listino a causa della maggiorazione della tassa di occupazione di suolo pubblico decisa dalla giunta Alemanno. Sotto il Vesuvio monta la protesta dei pubblici esercizi costretti a non aggiungere coperti sul marciapiede per un’ordinanza del Comune, considerata troppo rigida e discriminante. 

“Scusate, ma la colpa degli aumenti è del Comune di Roma”. Con questa postilla al menù, una buona fetta  dei ristoratori romani è pronta a ritoccare all’insù i prezzi dei propri listini. Il motivo? La giunta Alemanno ha deciso di maggiorare la tassa di occupazione di suolo pubblico. In pratica: per mettere i tavolini fuori dei locali si pagherà fino al 125% in più. E, come spesso accade, a mo’ di effetto domino, questi rialzi si riverseranno direttamente nelle tasche dei consumatori.

Una scelta esagerata e intempestiva questa dei gestori? Non proprio. Visto che secondo le denunce dei rappresentanti della Fipe (la federazione italiana dei pubblici esercizi) dal 2001 al 2010 questa stessa tassa ha subito un rincaro del 245% e  visto che la crisi economica, basti leggere gli ultimi dati sui consumi, ha colpito bar e ristoranti in modo feroce. Ecco i numeri. Nel 2009 il 17% in meno dei romani ha consumato al bar e manca un bel 31% rispetto alla media degli avventori al ristorante dell’anno prima. Non è finita qui. Perché, a cascata, la contrazione dei consumi ha penalizzato anche l’indotto. Con le 100mila e passa ore di cassa integrazione autorizzata, nel 2009, e le circa 47mila dei primi mesi del 2010, il Lazio, infatti, è la seconda regione italiana nell’utilizzo degli ammortizzatori sociali nel settore.

E se la Capitale se la passa male, non certo meglio è messa Napoli. Sotto il Vesuvio è scaduta da pochi giorni un’ordinanza del sindaco Iervolino che consentiva a bar e ristoranti di mettersi in regola prima di “piazzare” altri coperti all’aperto. Non è stato un fulmine a ciel sereno, anzi. Da circa due anni si viaggiava a suon di proroghe, proprio perché il tema, in città, era molto sentito. Polemiche che comunque non si sono affatto quietate all’arrivo dei primi stop di Palazzo San Giacomo.

E così si è scatenata una sorta di guerra di quartiere. Tra pubblici esercizi che verrebbero considerati di serie A e altri invece trattati a mò di club cadetti. La querelle è trattata con tanto di dettagli e virgolettati dall’edizione partenopea di Repubblica. E parte dall’iniziativa di un gruppo di venti operatori della zona di piazzetta Nilo, via Tribunali e piazza Miraglia che non ci stanno a passare per “fessi”.

Loro dicono: l’articolo 20 del codice della strada impedisce ai ristoranti e ai bar di avere i tavolini sul marciapiede opposto, vietando, secondo l’interpretazione del Comune,  l’attraversamento per servire a fronte strada. “Una interpretazione sbagliata – spiegano – basti pensare a quello che succede a Barcellona”. E poi c’è il nuovo regolamento della giunta Iervolino a far discutere. Dà la possibilità  di sistemare i tavolini per strada solo se distano dieci metri dai luoghi di culto e dai monumenti. Ma la regola non è per tutti. “Perché – lamentano ancora -, in piazza San Domenico Maggiore, il bar Aragonese e Scaturchio (due marchi storici per la città), non sono tenuti a rispettare questi limiti, perché l’area è pedonale e non è stata considerata la vicinanza ai monumenti”.

Il rischio paventato ovviamente è la chiusura. Dopo mesi di vacche magre, infatti, la possibilità di sfruttare l’occupazione di suolo pubblico, nel periodo più caldo dell’anno, avrebbe garantito una ventata di nuovi clienti, soprattutto turisti, vitali per la continuità dell’attività di molti piccoli esercizi. “Così, invece – concludono i portavoce della protesta – la situazione si fa davvero insostenibile”.

 

                                                                 Mattia Ronchei