Tasse europee sul cibo spazzatura

ATTUALITA’

Non poteva che essere così. Come di consueto dopo gli Stati Uniti inizia anche in Europa la crociata contro quello che, con una buona dose di autoironia, gli americani hanno definito junk food (cibo spazzatura) e che test clinici ed esperienza medica hanno individuato come una delle cause maggiori di obesità, patologie cardiovascolari, problematiche all’apparato digerente. Stiamo ovviamente parlando di hamburger, hot dog, patatine fritte, insomma di quello che, sempre con un’allocuzione USA, viene definito fast food.

 

                                                                          Stelvio Catena

 

Negli ultimi tempi si è trasformata in una vera e propria crociata, paragonabile a quella intrapresa anni addietro contro il fumo. Stiamo parlando delle misure prese negli Stati Uniti contro la diffusione dei cibi ricchi di grassi, animali e non, e di proteine, di zuccheri, insomma ad alto contenuto calorico, tutti fattori che possono contribuire alla nascita di problemi salutistici per l’organismo umano, quali: difficoltà nella corretta circolazione del sangue, aumento del colesterolo e dei trigliceridi con sensibile incremento dei rischi di infarto e di ictus, obesità,  diabete, pressione alta, aumento del rischio di tumori. Una battaglia che ha coinvolto, medici, strutture sanitarie, istituzioni, fino alle scuole, dove sono stati introdotti controlli sui cibi delle mense e si sono avviati corsi di educazione alimentare. La campagna anti – fast food, va a colpire proprio uno dei simboli della cultura alimentare statunitense, quella serie di prodotti a base prevalentemente di carne, dagli alti valori proteici, che rappresentavano un po’ il marchio di una popolazione particolarmente attiva, dedita a uno stile di vita dispendioso di una notevole quantità di energie e perciò avente bisogno di un apporto calorico importante. La forte rilevanza di patologie anche gravi derivanti da un abuso di tale dieta, unita all’incremento significativo della percentuale di obesi all’interno della popolazione (al momento l’incidenza è stimata poco al di sotto del 30,0%), con una forte presenza di ragazzi e bambini, ha spinto le istituzioni governative a prendere posizione decisa contro l’abuso nel consumo di questi prodotti alimentari. Primi, timidi segnali di una confortante inversione di tendenza si sono avuti, dal momento che i CDC (Centers for Deseases Control) segnalano, negli ultimi cinque anni, una diminuzione del 5,5% dell’obesità infantile. La diffusione dei modelli di consumo americani nelle nazioni europee ha portato ad un conseguente sviluppo dei suoi effetti negativi anche presso gli abitanti del vecchio continente (nell’anno appena trascorso si sono calcolati in 22 milioni i bambini europei obesi), che, sempre sull’esempio dei propri simili d’oltreoceano, intendono intervenire al fine di calmierare i suddetti consumi. Il metodo è, possiamo dire, “indiretto”, infatti, non potendo vietare per ragioni commerciali ed economiche la fabbricazione delle derrate incriminate, si pensa di gravare le stesse di una serie di tasse aggiuntive che ne riducono in maniera sensibile il guadagno e, di conseguenza, la spinta principale alla loro produzione. Sotto la mannaia del fisco dovrebbero cadere: bibite dolci e gassate, i cibi con eccesso di grassi “cattivi”, i prodotti troppo dolci o troppo salati. Insomma una quantità di alimenti considerevole, tenendo conto della vastità dell’offerta al momento esistente sul mercato. Nonostante la condivisione del principio posto alla base degli interventi indicati dalle strutture sanitarie europee, qualche dubbio esiste riguardo il metodo. Abbiamo già potuto constatare seguendo un’altra serie  di azioni indirizzate al contenimento di consumi valutati dannosi all’organismo umano e all’ambiente, quali il fumo, piuttosto che , in altro ambito, i carburanti, come una vasta opera di educazione e di sensibilizzazione messa in moto da enti, istituti o individui di riconosciuta competenza, ottenga risultati assai più significativi, in termini di regressione del fenomeno, rispetto all’inasprimento fiscale. Del resto le stesse associazioni statunitensi (CDC) che monitorano questi avvenimenti, hanno evidenziato come l’insegnamento valga più del divieto. Il problema reale, in definitiva, consiste nella penalizzazione che ricade in parti eguali su rivenditori e consumatori, che si trovano a dover affrontare nuovi aumenti di prezzo, per una deficienza di informazione da parte soprattutto delle istituzioni. Per queste ultime, in fin dei conti, si tratterebbe di assumere direttamente un ulteriore onere finanziario, perché, come sappiamo bene, la formazione di una mentalità in contrasto con il senso comune corrente, necessita di periodi di tempo abbastanza lunghi e di risorse economiche ragguardevoli. In alcuni paesi europei (Francia e Danimarca per il momento) alcune norme sono state già varate, ma l’intenzione è quella di intervenire come UE per dare un segnale forte nella giusta direzione. Nella sostanza è necessario mutare anche consolidate abitudini familiari, mettendo, comunque, in condizione i consumatori di poter ricevere un servizio con le stesse caratteristiche di quello penalizzato: prezzi contenuti, facilità di fruizione, tempi di consumo limitati, capacità di appagare le esigenze alimentari dell’intera famiglia, con piena soddisfazione dei più piccoli. Certo non sarà facile convincere proprio questi ultimi dei benefici delle verdure!