Wi Mu, a Barolo il museo del vino

ATTUALITA’

Finalmente anche in Italia, come avviene nei paesi più attenti all’occupazione di spazi economici importanti nei singoli mercati, si comincia a prendere in seria considerazione le proprie eccellenze e a promuoverle nei modi adeguati. Tra quelle alimentari, che nella nostra penisola sono davvero numerose, spicca per qualità e volume il vino. E dove meglio che nella patria del più prestigioso tra i derivati dell’uva nazionali si poteva collocare un museo dedicato al pregiato nettare? Infatti Barolo inaugura uno spazio espositivo dove si documentano storia e segreti dell’apprezzata bevanda.  

Wi Mu non è l’acronimo di un nuovo collettivo di scrittori impegnati a sfornare un altro best – seller, bensì sono le iniziali dell’ennesimo anglismo utilizzato dalla lingua italiana, un tempo idioma giudicato dagli studiosi anche eccessivamente ricco e complesso, per definire il Museo Internazionale del Vino (WIne MUseum in inglese) di recente inaugurato a Barolo, in provincia di Cuneo. La località assegna il nome a uno dei più prestigiosi e internazionalmente conosciuti vini italiani, tanto che l’annuale asta dei suoi prodotti più pregiati è un evento che vede partecipare, attraverso i più svariati e futuribili mezzi di comunicazione, appassionati (e facoltosi) amatori da tutto il mondo. Il piccolo centro, circondato dai preziosi vigneti di Nebbiolo, conta appena poco più di 700 abitanti ed è dominato dal Castello dei Falletti, famiglia medievale di banchieri, un maniero dalla storia cupa e ricca di eventi misteriosi, in cui soggiornò per un certo periodo anche il patriota risorgimentale Silvio Pellico,di cui si conserva intatta la camera – studio,  assunto, dopo la reclusione allo Spielberg, come bibliotecario dei marchesi. Oggi Barolo è “paese del vino” a tutti gli effetti  e ha deciso di consacrare la propria vocazione inaugurando un vero e proprio tempio dedicato al nettare tratto dalla fermentazione dell’uva. Il progetto dell’architetto svizzero François Confino, lo stesso che ha realizzato il Museo del Cinema di Torino, si basa essenzialmente sugli aspetti emozionali piuttosto che su quelli documentaristici, utilizzando le immagini (video, foto, giochi interattivi) come conduttori  di suggestioni. Anche le denominazioni delle diverse sezioni in cui si articola l’esposizione sono state studiate per armonizzarsi con tale impostazione generale: “la geometria della vita”, “il carosello delle stagioni”, “lo schermo divino”. Ben 25 sale dello storico maniero compongono il percorso museale, che parte con la storia del vino dalle antichissime origini, sembra che si siano rinvenute testimonianze risalenti a 2 milioni di anni orsono, fino ai giorni nostri, per poi concentrarsi su quella assai più recente del prodotto locale. In effetti il barolo nasce nella prima metà dell’Ottocento, quando i Falletti, marchesi di Barolo, regalano al re Carlo Alberto di Savoia 300 “carrà” (botte contenente circa 600 litri) del vino prodotto nella loro tenuta. Il sovrano rimase così soddisfatto che comprò un appezzamento nelle vicinanze, Verduno, per iniziare una propria produzione. Da quel momento solo encomi per il rosso delle Langhe, dal profumo tanto intenso da far esclamare a Cesare Pavese “tre nasi son quel che ci vuole per il Barolo”. Torniamo al nostro museo che, dopo una così impegnativa introduzione, ci propone, tra le altre curiosità: il “bar delle divinità”, in cui sono raffigurati dei e dee di tutte le religioni (da Buddha a Gesù, da Apollo a Maometto); “l’atelier di pittura”, costruito sulla considerazione che “il tema del vino è fonte d’ispirazione per gli artisti di ogni epoca”; “il salone della letteratura”, dove parole e versi dedicati all’inebriante prodotto scorrono sotto i nostri occhi; “365 giorni”, altrettanti scatti fotografici per documentare attraverso immagini e colori “un anno di vino”. Tra le varie rappresentazioni la più affascinante, anche se foriera di inquietudine, è “la vigna vista dalla parte delle radici”, in cui i colori sembrano uscire dalla terra per imporsi alla nostra attenzione e fornirci il segreto della vita, esercizio utile, quello di capovolgere i punti di vista, alla comprensione reale delle cose, che tutti noi dovremmo tentare più spesso. Un esempio interessante, quello di Barolo, che si indirizza sulla strada di una valorizzazione delle risorse naturali locali, utilizzate, attraverso lo sviluppo del settore turistico, come volano per estendere e incrementare le opportunità di commercio e per allargare le possibilità di occupazione. Del resto da un maggiore flusso di visitatori e da una qualificazione delle attività produttive di un territorio beneficiano un po’ tutti coloro che lo abitano, e anche la crisi economica rischia di apparire meno cattiva.

 

                                                                           Stelvio Catena