“Più dell’onor poté il digiuno”

SUCCESSE…AL RISTORANTE

Durante i disordini del marzo 1977, che segnarono il crepuscolo del movimento studentesco nato nel 1968, una folla di studenti in rivolta “espropriava” uno dei ristoranti più rinomati di Bologna: “El Cantunzein”.

 

A metà di via Zamboni , in pieno centro a Bologna, si apre Piazza Verdi. La sua posizione nei pressi dell’Università più antica d’Europa, ne ha fatto il fulcro delle attività e della movida studentesche. Canti, danze, giochi, azioni teatrali si alternano da tempo immemorabile sull’acciottolato incerto dello spazio circondato dagli antichi palazzi, luogo prediletto delle numerose iniziative giovanili. Sulla storica piazza all’angolo con via Petroni si affacciava un’altra istituzione cittadina: il ristorante di lusso “El Cantunzein”.
Le sale ben curate, gli arredi di legno scuro, l’atmosfera da trattoria sofisticata, ne avevano fatto il ristorante utilizzato dalla nomenklatura istituzionale della città e, di conseguenza, dai notabili del PCI, partito egemone bolognese e artefice principale di quel miracolo economico che sembrava essere riuscito a sposare libera iniziativa con una più equa distribuzione dei profitti.
Renato Zangheri, storico primo cittadino comunista della città, era particolarmente affezionato al locale, tanto da portare con se in una visita ufficiale in Russia il suo chef per far assaggiare gli autentici tortellini emiliani a Genrikh Smirnov primo segretario dell’ambasciata sovietica a Roma e funzionario del dipartimento internazionale del PCUS. Non solo la scuola di pensiero marxista sembrava, però, apprezzare le qualità gastronomiche del ristorante bolognese se una delle autrici di gialli più conosciute e lette al mondo, l’americana Patricia Cornwell, nel best seller Quel che rimane ci informa sulla passione dell’eroina dei suoi racconti Kay Scarpetta, di chiare origini mediterranee, per la pasta, naturalmente italiana, e in particolare per le pappardelle proprio del “Cantunzein”.

Lo stesso Enrico Berlinguer quando nel 1973 vide nel capoluogo emiliano il collega segretario del partito comunista francese Georges Marchais, per uno tra i primi incontri tesi a costruire un movimento socialista europeo denominato poi eurocomunismo, si avvalse dei manicaretti del ristorante per tenere alta la tradizione culinaria nazionale nei confronti di ospite abituato a una cucina di qualità come quella transalpina. Però l’evento che rende unico il locale è quanto accadde la sera del 12 marzo 1977 in pieni scontri tra movimento studentesco e forze di polizia durante la rivolta seguita alla morte dello studente Francesco Lorusso, per mano di un agente di sicurezza. La città intera fu messa, per tre giorni, a ferro e fuoco con intervento addirittura dei mezzi blindati dell’esercito inviati dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. In questo clima di tensione e anarchia, alcuni ragazzi non trovarono di meglio che rifocillarsi a spese del “Cantunzein”.
Entrati nel locale, “espropriarono” tutto quello che era possibile arraffare. Ben presto tra i rivoltosi si diffusero bottiglie di vini d’annata, prelibati prosciutti, caciotte di formaggio di vari tipi, salami, tartufi. Un’anziana signora che abitava in zona, se ne uscì rotolando una forma di grana stagionato 24 mesi. Il ristorante venne completamente svuotato e gli arredi utilizzati per costruire barricate capaci di arrestare l’avanzata dei poliziotti. Qualcuno dice di aver scorto brillare su una di queste barriere metropolitane il mitico carrello dei bolliti, uno dei vanti del locale. Dei 131 studenti arrestati tra il 13 e il 15 marzo 1977, ben 34 saranno fermati con l’accusa di aver saccheggiato “El Cantunzein”. Da una disavventura di tale portata e dai danni che ne derivarono il ristorante non si riprese. Il proprietario cedette la licenza e quello che per decenni era stato uno dei templi della gastronomia cittadina chiuse definitivamente i battenti.

Se per molti di coloro che vissero da protagonisti quelle giornate tempestose, divisi tra bottiglie incendiarie, pestaggi, scontri, corse a perdifiato, paure, e voglia di cambiamento, speranze, sogni, rivoluzione, “l’esproprio” rimane un piacevole intermezzo gastronomico, per una nutrita schiera di buongustai resta il simbolo perenne di un mito, caduto sotto i colpi di una sorte avversa e maligna.
                                                                          

 

                                                                                 STELVIO CATENA

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