Antico caffè Calissano

Sin dalla prima metà dell’Ottocento sotto i portici della Piazza del Duomo, in pieno centro di Alba, è aperto il Caffè Calissano metà d’obbligo degli abitanti della cittadina piemontese. Tutte intorno le colline delle Langhe ricche di splendidi vigneti e di pregiati tartufi bianchi.

“La vita va vissuta/lontano dal paese: si profitta e si gode/e poi, quando si torna, come me, /a quarant’anni/si trova tutto nuovo./Le Langhe non si perdono.” Così Cesare Pavese dimostrava il proprio attaccamento alle terre che lo avevano visto crescere nelle assolate estati in campagna. Alba si considera la “capitale” di quel territorio alla destra del Tanaro, costituito in massima parte di colline, che si estende fra le province di Cuneo e Asti nel cuore del Piemonte. Nella Piazza centrale della cittadina, dove svettano le torri in mattoni rossi di epoca medievale, affacciava l’ingresso del Caffè Calissano. Era stato aperto intorno alla metà del secolo XIX° in locali in cui le fondamenta risalivano al ‘400 e prendeva il nome dalla marca di un Vermouth pregiato prodotto in città da Luigi Calissano. La preziosità degli arredi interni, ricchi di stucchi , ottoni e grandi specchi alle pareti di un tenue colore rosa antico, il pavimento in parquet, la mobilia in legno scuro, il soffitto a volte riccamente decorate, i tendaggi rosso cupo, donavano all’ambiente una piacevolezza che ben presto affascinò la buona società cittadina che lo scelse come luogo elettivo per incontri e scambio di vedute e opinioni. Numerose furono le “originalità” nell’offerta complessiva di prestazioni che caratterizzarono nel tempo questo locale. A partire dal servizio di barbieria attivo dagli inizi del Novecento, grazie al quale ogni mattina era a disposizione della clientela una stanza in cui un barbiere rasava gli avventori che ne avevano bisogno, oppure l’apertura ventiquattro ore su ventiquattro dal momento che il proprietario si accorse di avere una clientela anche notturna, o ancora l’opportunità di farsi leggere il futuro da una cartomante professionista che presenziava soltanto in particolari giorni della settimana. Insomma oltre a prodotti dolciari di altissima qualità, ricordiamo tra gli altri il torrone di cioccolato, le torte, i cannoli ripieni di crema Chantilly o di crema al cacao, i deliziosi pasticcini, il locale forniva alla propria clientela delle vere e proprie “chicche”, che ne caratterizzavano l’immagine, definendone la personalità e l’alto livello complessivo . Non dobbiamo dimenticare che Alba vide la nascita, grazie alla lungimiranza di Pietro Ferrero, di una delle aziende dolciarie più famose della penisola specializzata nella produzione di prodotti a base di cioccolato, in modo particolare del tipo “gianduia” (chi non conosce la “Nutella” Ferrero?) anche in virtù della qualità delle nocciole indigene. Ai suoi piccoli tavolini in legno si sono seduti i romanzieri come Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, il pittore Pinot Gallizio, magari mentre studiava il progetto del Laboratorio sperimentale per una Bauhaus immaginista, ed i campioni di pallone elastico, sport cittadino in gran voga presso i residenti,fra i quali si ricorda il leggendario Balestra, insieme a tutti coloro che intendevano trascorre un po’ di tempo in un locale piacevole e ben curato. Sapientemente ristrutturato nel 1986 dall’architetto Maurizio Saracco, che dietro le indicazioni del proprietario ricondusse la struttura allo splendore originario, ancora oggi le sue stanze sono pervase da quell’aroma di caffè che lo rese famoso presso l’affezionata clientela. L’attuale proprietà mantiene il fascino di caffè letterario che si era guadagnato nel tempo ospitando con una certa frequenza scrittori e poeti nei pomeriggi denominati “Cioccolata con lo scrittore (scrittrice)” in cui si ha la possibilità di scambiare opinioni con alcuni protagonisti del panorama culturale nazionale. Beppe Fenoglio lo definiva “il caffè dei signori” e ne decantava proprio il profumo della nera bevanda che si poteva gustare nelle sue sale, misto a quello acre del tabacco, e lui era uno che di sapori se ne intendeva. Parlando dell’estate in Langa così ne descriveva gli umori: “È un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso”.

Stelvio Catena

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