Caccia al “fisico”

SUCCESSE…AL RISTORANTE

Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale,Edoardo Amaldi  uno dei più importanti fisici italiani,  stretto collaboratore di Enrico Fermi, incontrava un collega statunitense in un famoso ristorante newyorkese…

 

Il sole tiepido filtrava dalle nuvole sparse a grappoli radi e intensi.
Quel giorno dell’ottobre 1939, esattamente martedì 3, a New York la temperatura si manteneva mite nonostante l’inverno incipiente. Edoardo Amaldi camminava senza fretta costeggiando Central Park in direzione dell’Hotel St. Moritz al numero 50 di Central Park South. Amaldi, insieme a Emilio Segrè, Ettore Majorana, Franco Rasetti, Bruno Pontecorvo, era uno dei “ragazzi di via Panisperna” a Roma.
Nella parallela di via Nazionale aveva sede il primo centro sperimentale di fisica diretto da Enrico Fermi, già Accademico d’Italia, che si proponeva come il più avanzato organismo scientifico italiano nel campo della ricerca sulla composizione dell’atomo. Il nucleo di studiosi in pochi anni, dalla prima uscita internazionale con l’organizzazione del Congresso di fisica nucleare a Roma nel 1931 al 1938, anno in cui Fermi vinceva il premio Nobel, aveva raggiunto risultati eclatanti, caratterizzandosi come uno dei più avanzati di tutto il mondo.

Al ristorante dell’albergo, tra i più rinomati della città americana, Amaldi aveva un appuntamento per colazione con Felix Bloch collega svizzero che dal 1933 lavorava negli USA, anche lui vincitore del Nobel per la fisica nel 1952 e dal 1961, data di fondazione, primo direttore del CERN di Ginevra.

Il colloquio, inizialmente sollecitato dall’italiano in visita negli Stati Uniti alla ricerca di finanziamenti per la creazione di un ciclotrone da 30 MeV da esporre nella Mostra della Scienza nell’ambito dell’Esposizione Universale di Roma programmata per il 1942 (anno XX° dell’era fascista), prese una piega imprevista. Infatti Bloch, tra un filetto alla Voronoff e un bicchiere di Brunello nella vasta sala rivestita di legno di ciliegio e arredata in modo impeccabile, cercava di convincere il collega a fermarsi per continuare le ricerche nei laboratori americani tecnologicamente avanzati e bisognosi di specialisti per lo sviluppo di importanti studi nucleari.

Del resto Fermi era già emigrato da un anno, in pratica a causa dell’entrata in vigore in Italia delle leggi razziali essendo sposato a una donna ebrea non era nemmeno rientrato in Italia da Stoccolma, e collaborava attivamente con gli studiosi accolti negli Stati Uniti. Amaldi conosceva bene tanto la situazione italiana che lo sviluppo della ricerca nel paese governato da Roosvelt. Nel primo caso la situazione era a dir poco drammatica. Il gruppo di via Panisperna si era praticamente dissolto: Majorana scomparso, Rasetti emigrato in Canada, Segrè e Pontecorvo costretti a andarsene dalle leggi antiebraiche, Fermi, appunto, in America. In pratica si trovava da solo a mantenere un barlume di ricerca scientifica nazionale nel campo della fisica nucleare. Per altro verso gli studi sulla scomposizione dell’atomo in entrambi i versanti scientifici dei paesi in guerra si stavano ormai concentrando esclusivamente sugli usi bellici dell’energia atomica. Bloch, alla volontà di Amaldi di voler rientrare in Italia, attaccò il collega in modo veemente e, a tratti, spiacevole.
Ormai tutto quello costruito negli ultimi anni era stato distrutto e scelte come quella che stava per compiere sarebbero ricadute per intero sulle sue spalle. Era necessario salvare il salvabile da parte dei pochi che ne erano ancora in grado. Al dolce l’atmosfera si fece tesa e i due si salutarono con freddezza. Il giorno seguente Amaldi si imbarcava sul Vulcania per Napoli.

Al rientro sfiduciato e oppresso dall’incertezza decideva di seguire, almeno in parte, il consiglio di Bloch. Raggruppava, ancora a Roma, intorno a se un gruppo di giovani studiosi insieme alle competenze e energie rimaste, per mantenere una “massa critica” capace di proseguire un piano coerente di ricerca.
Alla metà del 1941 interrompeva, con il suo gruppo, le ricerche sulla fissione dell’uranio per “non correre il rischio di essere eventualmente coinvolto in un progetto di tipo bellico”. Negli anni a seguire tenterà di coordinare iniziative sul disarmo e sull’utilizzo pacifico della fisica nucleare, oltre a partecipare alla costruzione delle più avanzate iniziative di cooperazione europea nella ricerca scientifica. Edoardo Amaldi ci ha lasciato il 5 dicembre 1989.

Negli Stati Uniti è tornato diverse volte, ma non è più stato al ristorante dell’hotel St. Moritz, ora Ritz Carlton, nonostante l’ottimo Brunello.

                                                                                   STELVIO CATENA

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