Caffè Tommaseo Trieste

CAFFÈ LETTERARI

Difficile è individuare un caffè simbolo della Trieste letteraria, essendo la città ricca di locali tutti frequentati da scrittori, poeti e pittori. L’appartenenza per lungo tempo all’impero austro-ungarico aveva favorito, sull’esempio viennese, la nascita e lo sviluppo di tali centri di aggregazione. Per la nostra rassegna abbiamo scelto il Tommaseo, il più antico caffè triestino.

 

“Caffè di plebe, dove un dì celavo

la mia faccia, con gioia oggi ti guardo,

E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo biliardo.”

 

(da La serena disperazione 1913-1915, ora in Antologia del Canzoniere, Torino, Einaudi 1987, p. 61).

Questi i versi di Umberto Saba dedicati al caffè triestino e alla sua particolare funzione di ponte tra etnie diverse, di uno dei poeti più legati alla città e che più di altri ha saputo riconoscerne la particolare bellezza dei suoi luoghi.

 

La nascita del Caffè Tommaseo a Trieste si deve a un padovano, Tomaso Marcato, che nel 1830 apriva nell’allora Piazza dei Negozianti, oggi Piazza Tommaseo, un nuovo locale dove degustare bevande calde, cioccolate in tazza e liquori, cui diede il proprio nome: Caffè Tomaso. La città, che poteva vantare un porto tra i più importanti del Mediterraneo in grado di collegare l’impero austro-ungarico con l’oriente, era meta di visitatori provenienti da un po’ tutto il mondo.

Esistevano importanti colonie di tedeschi, svizzeri, greci che individuavano in qualcuno dei tanti locali sparsi per la città la sede di ritrovo più adatta per incontrarsi e creare delle piccole comunità. Alla metà dell’Ottocento esistevano a Trieste 54 caffè, e appena qualche decennio dopo, esattamente nel 1911, si censivano ben 98 esercizi. Fedeli al modello viennese che individuava nel caffè il luogo privilegiato per incontrarsi oppure trascorrere in compagnia di un libro o un giornale il tempo libero, si svilupparono una serie di locali di grande prestigio. In breve divennero i “salotti buoni” cittadini, quelli in cui si riunivano gli intellettuali, gli imprenditori, la ricca borghesia, i politici.

Nelle loro sale si incontravano anche i cospiratori anti-austriaci che lottavano per annettere Trieste al nascente stato italiano. Proprio in onore di Niccolò Tommaseo, di cui oggi si conservano alcuni scritti autografi in vetrinette gelosamente custodite nel locale, il Caffè Tomaso dal 1848 cambiò nome acquisendo quello dello scrittore e patriota dalmata che era solito frequentarlo. Il proprietario Tomaso Marcato, grande appassionato d’arte, aveva incaricato delle decorazioni un valente pittore indigeno, Giuseppe Gatteri,  cui si devono anche gli stucchi e ordinato dal Belgio una serie di specchiere che tappezzando le pareti davano al locale un aspetto originale e decisamente innovativo per l’epoca. Altri fattori facevano del Tommaseo un luogo all’avanguardia.

Già dal 1844 le sue sale erano illuminate a gas, quando ancora in città si facevano i primi esperimenti pubblici, e ospitavano mostre d’arte e concerti dell’orchestra del Teatro comunale il giovedì, mentre il sabato era riservato alle musiche della banda cittadina. Inoltre una golosa novità si diffondeva per le vie di Trieste dal laboratorio del Caffè Tommaseo: il gelato. Alcuni anni fa è stato rinvenuto un contratto di acquisto del locale datato 1830 da parte di tale contessa Lipomana, nome sotto il quale si nascondeva Carolina Bonaparte, vedova di Gioacchino Murat. Italo Svevo era solito trascorrere interi pomeriggi ai suoi tavoli scrivendo, leggendo e magari conversando amichevolmente col suo amico James Joyce. Stendhal, console di Francia a Trieste tra il 1830 e il 1831, Umberto Saba, Franz Kafka, fino agli autori contemporanei Claudio Magris e Fulvio Tomizza sono stati affezionati clienti di questo caffè.
Insieme al fondatore anche gli altri proprietari hanno contribuito a fare del Tommaseo un locale particolare. Ad esempio Nerina Madonna Punzo si improvvisò editore di un giornale Lettere da un antico caffè che si proponeva di farsi portavoce di dibattiti letterari e artistici. Nel 1997 è stato oggetto di una vasta opera di restauro che, però, non ne ha alterato l’aspetto prettamente ottocentesco, anche se la pulitura delle pareti e degli stucchi ha lasciato un bianco fulgido che ha tolto un po’ di quella patina decadente dovuta all’accumularsi sui suoi muri della storia e del tempo.

L’atmosfera è cambiata, ad esempio i tavoli apparecchiati per il brunch ne sono una testimonianza concreta, ma il fascino resta immutato per un luogo ancora in grado di suscitare nel visitatore forti emozioni.


 

 

                                                                         Stelvio Catena

 

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