C’era una volta l’osteria

ATTUALITA’

Per lungo tempo è stata il luogo di ritrovo e di svago più diffuso e frequentato della penisola. Stiamo parlando dell’”osteria”, il locale dove si poteva mangiare e, soprattutto, bere in tranquillità conversando con amici e avventori del più e del meno oppure impegnandosi in interminabili quanto accese partite a carte. Di solito in palio c’era la bevuta, ma era più che altro un modo per passare il tempo in compagnia. Una guida curata da Slow Food ripropone questa tipologia di ristorazione, ma le cose sono cambiate, e di molto!  


Una tradizione vuole che la prima “osteria” sia stata ufficialmente registrata a Ferrara nel 1435, anche se fin dall’età romana esistevano locali assai simili. Ogni paese, anche il più piccolo, ne aveva almeno una. L’”osteria”, in particolare dal periodo post unitario e fino agli anni Sessanta del Novecento quando i processi di urbanizzazione da un lato e il livello di vita generalmente migliorato dall’altro facevano aumentare gli avventori, era il punto d’incontro della gran parte della popolazione, esclusivamente maschile, dell’Italia contadina. Parliamo del popolo minuto, quello che raggruppava braccianti, artigiani, manovali, piccoli impiegati, insomma la cosiddetta “massa”, dal momento che proprietari terrieri, professionisti, imprenditori frequentavano i circoli o i caffè, spazi in cui si trovavano maggiormente a proprio agio. Al di là delle stratificazioni di classe, le ragioni che facevano prediligere ai ceti meno abbienti le osterie avevano un fondo di reale concretezza. I prezzi erano assai più bassi che al caffè, nella quasi totalità dei casi c’era la mescita del vino (anche se di qualità spesso scadente e quasi sempre “allungato” con acqua dal proprietario), si poteva stare al tavolo per ore senza che nessuno reclamasse consumazioni, vi si trovava sempre qualcuno disposto a fare due chiacchiere o una mano di briscola. Il boom economico e i vorticosi cambiamenti che hanno attraversato la società italiana nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, portarono in pratica alla scomparsa di tale tipologia di locale, favorendo la nascita e lo sviluppo del bar, nuovo centro aggregativo di una classe popolare con maggiori disponibilità finanziarie e più favorevole al consumo. Le osterie rimasero per qualche tempo appannaggio esclusivo di vecchietti in massima parte alcolisti, per poi scomparire quasi del tutto dalle mappe topografiche cittadine. Da qualche tempo sono riapparse le insegne che portano questo nome, ma le caratteristiche delle nuove osterie appaiono ben diverse dalle originali. Ai nostri giorni l’”osteria” è diventato il luogo preferito per coloro che intendono gustare cibi di qualità in un ambiente informale, senza troppe pretese. Di norma sono gestite da giovani intraprendenti che curano molto i dettagli, propongono piatti legati alla tradizione, magari facendo attenzione alla provenienza e alla stagionalità delle materie prime impiegate. Il vino continua a giocare un ruolo importante anche se adesso è raccolto in un menu a parte, differenziato rispetto a quello delle pietanze. Tutto ciò ha portato a un posizionamento della tipologia di locale assai diverso da quello originale. Sono cambiati i referenti primari, il numero dei piatti a disposizione dei clienti, il livello di servizio e, di conseguenza,  quello del prezzo. Oggi si esce da un’osteria avendo pagato non meno di 35 – 40 euro, e non è certo un pasto a buon mercato. Che sia ormai una categoria di locali di un certo prestigio è confermato dalla guida che annualmente Slow Food dedica al comparto. Siamo giunti alla ventesima edizione a testimonianza di un gradimento di pubblico notevole e costante. Curata da Paolo Gho nelle sue 900 pagine segnala 1.696 locali sparsi in tutta la penisola e nel Canton Ticino. A detta degli estensori vengono premiate l’innovazione culinaria, gli abbinamenti insoliti e le sperimentazioni regionali. A nostro modesto avviso ci piacerebbe, invece, che le “osterie” tornassero ad essere centri di ritrovo dove si mangiano piatti di origine locale, preparati con materie prime provenienti dal territorio (“a km zero” come si usa dire oggigiorno), accompagnati con non più di due o tre tipi di vini, anch’essi del luogo, serviti nelle classiche caraffe da un litro, ma dove, soprattutto, non si spendano più di 15 – 20 euro “tutto compreso”. Un posto “alla buona” dove tornino a regnare la convivialità e il “tresette”.

 

 

 

 

                                                        Stelvio Catena

 

 

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