Cucina… dell’anima

ATTUALITA’

Soul Kitchen è il titolo del film di Fatih Akin, 36enne figlio di immigrati turchi cresciuto in Germania, che mette al centro della narrazione le vicende di un ristorante di Amburgo. Ancora una volta la ristorazione fa da cornice ad una storia che si prefigge di analizzare i grandi temi della contemporaneità. Successo annunciato e numerosi premi, tra i quali spicca il Leone d’argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, per il ragazzo che sta conquistando una posizione di tutto rispetto all’interno del panorama cinematografico internazionale.

Nonostante la giovane età il regista Fatih Akir non è nuovo alle lusinghe del successo. Gli era già capitato nel 2004, al tempo sfiorava appena la trentina, quando apparve sugli schermi La sposa turca, equilibrato lungometraggio nel quale veniva descritta senza alcuna retorica l’ambiguità cui erano costretti gli immigrati turchi nella repubblica tedesca, sospesi fra la ricerca di piena integrazione nella società occidentale e l’osservanza delle tradizioni del paese di provenienza. Questa volta il cineasta, di chiare origini ottomane ma cresciuto in Germania, cambia genere girando una commedia e ambienta la propria storia all’interno di un ristorante di Amburgo (città dove risiede fin dalla nascita), appunto il Soul Kitchen del titolo, dove il protagonista Zinos, il giovane proprietario di estrazione greco – tedesca, si trova a dover affrontare una serie di improvvisi problemi dalla complessa soluzione. Infatti la fidanzata Nadine, alla quale si sente legato da un affetto sincero, si è trasferita a Shangai e fa del tutto perché lui la raggiunga, l’affezionata e abituale clientela comincia a boicottare il locale a causa del nuovo cuoco che si è messo in testa di proporre menu innovativi, ispirati a un’idea assai personale della miscelazione degli ingredienti, al posto dei soliti surgelati, e, come se non bastasse, il fratello reduce dalle patrie galere inizia a farne di tutti i colori. Zinos, demoralizzato e deluso, decide infine di raggiungere Nadine e lascia il ristorante nelle mani del fratello. Decisioni, entrambe, catastrofiche dal momento che la fidanzata si è fatta un nuovo amante e, nel periodo della sua assenza, il locale, mal gestito, finisce nelle mani di un losco agente immobiliare. Forse, però, non tutto è perduto, a patto di mettere da parte i litigi e fare gioco di squadra. Una divertente commedia che, attraverso la continua e pregnante presenza della buona cucina, esplora sentimenti senza tempo quali l’amicizia e l’amore all’interno di una piccola comunità. L’autore ricorda con simpatia il periodo in cui si guadagnava da vivere, come studente di Belle Arti all’università, nei night club della città natale e trascorreva il tempo in una continua e festosa bohéme. “Avevo anche nostalgia – afferma in una recente intervista Fatih – di uno stile di vita che sto abbandonando per ragioni anagrafiche: feste e notti in bianco tutta la settimana, la musica a tutto volume, le bevute, le mangiate”. Nella pellicola il ristorante e la sua cucina giocano un ruolo primario, facendo da sfondo alle molteplici e intricate vicende dei diversi personaggi. Shayns, lo chef, è rappresentato come una persona bisbetica ma geniale e la sua cucina “è assai più assimilabile alla sincera convenzionalità di un’osteria dove si beve e si scherza mangiando che non alle fredde raffinatezze di una Nouvelle Cousine o alle ricerche estreme della cucina molecolare di un Adrià”, commenta nella sua recensione al film Federico Gironi. Un valido esempio della originalità del cuoco è rappresentato dal Papillon di gazpacho andaluso alla maniera di Shayns, che mescola sapientemente: pane bianco, pomodori maturi, peperoni, cetrioli, spicchi d’aglio, olio d’oliva, sale, pepe macinato fresco, qualche cucchiaio di minestra di aceto di Sherry, uova sode, scalogni, per un antipasto freddo dal sapore indimenticabile. “Il locale Soul Kitchen – continua Fatih nell’intervista – è ispirato alla Taverna Greca che lui (l’amico fraterno e co – sceneggiatore Adam Bousdoukos, ndr) e sua madre hanno gestito per dieci anni, luogo che ho considerato la mia casa. Dopo un viaggio in Grecia, io e Adam chiedemmo alla madre di cucinare piatti tradizionali della sua terra, al posto della solita cotoletta. Gli avventori non ne furono affatto contenti: avevano paura dei cambiamenti, proprio come racconto nel film”. Un valido esempio di come le storie che pongano, comunque,  al centro “un’anima” (soul in inglese) abbiano sempre un lieto fine, anche se, (o, forse, proprio perché) si svolgono in cucina.

 

 

        

                                                        Stelvio Catena

 

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