E’ di nuovo “spuma”

ATTUALITA’

La definizione tradizionale ce la presenta come una: bibita analcolica soft drink a base di acqua gassata, zucchero e quantità variabili di caramello e di aromi vari (succo di limone, infuso di scorza d’arancia, rabarbaro, vaniglia, spezie). Soppiantata dalle imitazioni con marchi forti, pensate alla “Sprite”, alla “Fanta”, al “Chinò” e via dicendo, era stata relegata nei circoli ricreativi tra le bevande a basso costo da proporre ai clienti più avanti con l’età che fin da ragazzini ne avevano apprezzato il gusto, ora torna alla ribalta dei consumi. Nostalgia o crisi economica?  

                                                                                       Stelvio Catena

 

Gli inglesi la chiamavano soda, indicando con questo nome qualsiasi bibita analcolica in possesso di “bollicine” senza indicarne il fabbricante. Per intere generazioni di ragazzi è stata la gustosa bevanda che ci si poteva permettere durante le feste e le sagre di paese, essendo severamente vietato l’uso fino alla maggiore età di quelle a contenuto alcolico. La diffusione del benessere e, soprattutto, l’importanza sempre maggiore che le tecniche di marketing assumevano nella determinazione dei consumi collettivi, hanno imposto i cosiddetti “prodotti di marca”, secondo la pubblicità di maggiore qualità, di sicuro di maggior prezzo. La “spuma” al limone, piuttosto che alla vaniglia, o al rabarbaro era sostituita nei desideri dei consumatori e, di conseguenza, nelle richieste al bar, dalla “Fanta”, dalla “Limon Scwheppes”, dalla “Coca Cola”. La cosiddetta “spuma nera”, un misto di chinotto, radice di rabarbaro e infuso di scorza d’arancia, molto diffusa per merito del suo gusto amarognolo capace di scacciar via la sete, spariva addirittura dalla scena. Così centinaia di produttori, disseminati sull’intero territorio della penisola, erano costretti a chiudere per lo strapotere nel mercato delle potenti multinazionali. Eppure la legge vichiana dei corsi e ricorsi storici sembra trovare proprio nelle vicende di questa gustosa bibita una lapalissiana conferma. Il prepotente ritorno della “spuma” ha caratterizzato l’estate appena trascorsa e dai ripiani dei supermercati fino ai banconi dei bar si è di nuovo diffusa la domanda della dissetante bevanda. Fattori differenti ne favoriscono la ricomparsa. In primo luogo il prezzo decisamente competitivo che, in momenti di riduzione drastica della spesa da parte di single e famiglie, diventa elemento fondamentale nella selezione dei prodotti da inserire nel paniere della spesa; poi la scelta salutistica, anche se non propriamente dietetica essendo la presenza di gas e di zuccheri abbastanza elevata, che penalizza il contenuto, anche lieve, di alcol nelle bevande; infine un diffuso interesse per il vintage (desiderio di acquisire oggetti prodotti almeno venti anni prima del momento attuale e che si sono caratterizzati per qualità dei materiali o originalità nella manifattura) che sta caratterizzando i comportamenti di un numero sempre più nutrito di persone desiderose di sentirsi “alla moda”. Nell’ambito del bere sul tavolino dei bar si rivede così la “gazzosa”, magari con il tappo a pallina, al posto della “Sprite”, o il rabarbaro preferito al “Chinò”, o ancora la cedrata in sostituzione di una qualche “Scwheppes” al gusto di agrumi. E con loro tornano in auge quelle aziende che sono state capaci di tenere duro, di conservare un livello di produzione dignitosa, anche se limitata agli ambiti locali e a canali distributivi “alternativi” (comunità, circoli ricreativi, convivenze e via dicendo), comunque, in grado di mantenerle in vita. La “Paoletti & Figli” con sede a Mirino del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, attiva dal 1922, vede rilanciata la propria produzione, che si articola in: Aranciata, Chinotto, Bitter, Pompelmo, Gassosa, Spuma Nera e Spuma Bionda tutte caratterizzate dalla medesima etichetta (“Tina Frizzantina”, una graziosa pin up, sorridente e ammiccante, in perfetto stile anni ’50) declinata in colori diversi, ma la stessa che campeggiava sulle bottiglie della ditta già nel 1945. Altra società favorita dal rinnovato successo delle bibite d’antan è la “Moretti Bevande” (niente a che vedere con l’omonima compagnia produttrice di birra), sorta nella capitale nel 1919 per iniziativa di Virgilio Moretti che dette vita a una piccola mescita di vini e bevande trasformatasi nel tempo in una robusta azienda ancora in ottima salute. Quattro i prodotti  a listino: Chinotto, Gassosa, Cedrata e Spuma Nera, quest’ultima ottenuta grazie a una equilibrata ricetta a base di rabarbaro e sciroppo di caramello. “Per anni ci siamo limitati al commercio all’ingrosso – ricordano Alessandro e Flavio Moretti, pronipoti di Virgilio e attuali proprietari della manifattura – ma dopo la morte della nonna, nostro zio Mario ha ritrovato le ricette con le dosi, così abbiamo pensato di ripartire affidandoci, per la produzione industriale, a una piccola ditta familiare in provincia di Macerata, una delle poche in Italia a usare ancora i metodi tradizionali”. Trentamila le bottiglie pronte per lo start up, sul cui fianco campeggia un logo con design “old fashion”, a richiamare le antiche origini dei prodotti. Altre realtà industriali di minor entità e con diffusione più che altro regionale, hanno, in ogni modo, beneficiato della contingenza favorevole: “Baladin”, “Corbello”, “Alpina”, “Polara”, “Tomarchio” e la leggendaria “Spumador” aperta addirittura nel lontano 1888 sulle sponde del Lago di Como, e che oggi conta oltre 400 dipendenti e un fatturato di oltre 150 milioni di euro. Esempi di come si possa far business anche con marchi fortemente legati alla tradizione nazionale.

 

 

 

 

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