Efebo all’asta

SUCCESSE…AL RISTORANTE

Nella splendida cornice del ristorante e, a volte, salone delle feste dell’Hotel San Domenico di Taormina si svolse una curiosa asta, che poi si trasformò in lite, tra due personalità del bel mondo anglosassone che in virtù di tendenze particolari nell’ambito sessuale intendevano trascorrere il resto della serata con un avvenente giovane del luogo. Sembrava un gioco ed invece…

 

Quando nel 1878 il barone prussiano Wilhem von Gloeden giunse a Taormina compiva 22 anni. Aveva scelto il paesino arroccato sulle rocce a strapiombo sul mare della costa orientale della Sicilia per un periodo di cura dal morbo della tubercolosi, periodo che si protrasse fino alla sua morte, avvenuta nel 1931. Il passatempo preferito dal nobile tedesco consisteva nel ritrarre, attraverso il mezzo fotografico di cui era appassionato artigiano, le giovani bellezze maschili del luogo abbigliate al modo degli efebi romani. Corone di alloro, morbidi panneggi, esili calzari, coprivano, per la verità in maniera assai approssimativa, le membra abbronzate e ancora acerbe dei ragazzi locali. La diffusione delle foto artistiche attirò nell’isola diversi emuli di von Gloeden affascinati dalle promesse di libertà sessuale e disponibilità dei fanciulli. Da tempo l’Italia era meta di quello che veniva definito “turismo sessuale” per almeno un paio di ragioni: una prima relativa alla legislazione indigena relativamente severa nei confronti dei reati di natura prettamente sessuale (basti pensare alle agevolazioni godute dai colpevoli di delitti d’onore fino a pochi anni orsono), una seconda consistente nella relativa facilità con cui si veniva a contatto con persone dello stesso sesso oppure di quello opposto disposte a concedersi per somme di denaro non esorbitanti. Il clima, le bellezze naturali ed una gastronomia tra le migliori al mondo offrivano, inoltre, un’adeguata cornice alle avventure dei sensi. In una serata estiva nelle vaste sale del ristorante dell’albergo San Domenico, prestigiosa struttura di accoglienza ricavata da un antico monastero, si svolgeva una festa con una piccola orchestra, come si direbbe oggi, dal vivo. Siamo negli anni a cavallo fra i secoli XIX e XX e sono ormai diversi gli omosessuali che frequentano Taormina per periodi più o meno lunghi. Tra loro spiccano, per la marcata rivalità nel campo delle conquiste amorose supportate da un portafoglio adeguatamente rifornito, due personaggi l’inglese sir Albert Stopford, soprannominato Mylord per i tratti marcatamente nobiliari della persona e dei modi, e Robert Percyvall Campbell canadese. Già in precedenza c’erano state scaramucce tra i due, ma quella sera i diverbi sfociarono in rissa. Tutto iniziò quando dal proprio tavolo Mylord vide Campbell allungare ad un bruno orchestrale dai riccioli ribelli calati sul bel viso ancora imberbe una banconota da cento lire. A sua volta si diresse verso il giovane offrendogli cinquecento lire per appartarsi a fine serata con lui. Iniziò così una pubblica asta tra i due pederasti che divenne il vero e proprio spettacolo della serata. Gli astanti restavano in silenzio gustando le gustose granite oppure i morbidi gelati o ancora la deliziosa pasticceria che componevano i dessert di fine pasto, senza perdersi neanche un gesto della coppia di contendenti. Il culmine si ebbe allorché il Campbell gridò “Cinque mille” cifra alla quale Stopford non riuscì a controbattere perché aveva terminato il denaro al momento disponibile. Al che il canadese rincarò la dose esclamando trionfante a pieni polmoni “Cinque mille, io sono più ricco di Mylord”. Con estrema naturalezza e tipico aplomb anglosassone l’avversario si recò nei pressi dell’orchestra, prese un mandolino e lo fracassò sulla testa di un Campbell esterrefatto.  Questi, del resto, era noto per radunare i ragazzi a tarda ora nella propria piscina dove mescolava all’acqua il contenuto di cento bottiglie di champagne perché, diceva, avrebbe reso più morbida la pelle dei bagnanti. La Taormina sodomita viveva il suo periodo di gloria, se appena uscito dalla prigione lo stesso Oscar Wilde ne godette, tanto da inviare all’amico e sodale sessuale Robert Ross un biglietto in cui era scritto: “Ho scoperto quaggiù il paradiso in cui verremo a vivere insieme”.

 

 

 

                                                                            Stelvio Catena

 

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