Giubbe Rosse

CAFFÈ LETTERARI

Il ritrovo in pieno centro di Firenze che si caratterizzò come il fulcro propulsore delle avanguardie culturali italiane, ricche di talento ma anche estremamente irascibili.

 

“Giubbe Rosse è quella cosa/che ci vanno i futuristi/se discuton non c’è cristi/non puoi più giocare a dam”. Questo il ritornello che caratterizzava uno dei periodi di maggiore fama del locale fiorentino che spesso e volentieri si segnalava per le sue discussioni estremamente accese.

Un tiepido pomeriggio del giugno 1911 Carlo Carrà, Filippo Tommaso Martinetti, Luigi Russolo e Umberto Boccioni, in pratica l’intera truppa del nascente movimento artistico futurista milanese, entrano al Caffè Giubbe Rosse di Firenze. Il locale di Piazza della Repubblica consta di tre stanze: una prima occupata da tavolini e dal bancone, una seconda che fungeva anche da ristorante e una terza in cui si alternavano un gruppo di notabili locali con la passione degli scacchi e alcuni ragazzotti collaboratori della rivista “La Voce” che avevano trasformato la sala nella propria

redazione. 

Dopo aver ricevuto da uno degli astanti l’indicazione, Boccioni si avvicina a un signore e domanda tranquillo “E’ lei Ardengo Soffici?”, “Si” risponde incuriosito e cortese l’interpellato. A quel punto l’artista calabrese trapiantato a Milano molla un ceffone in pieno viso all’altro che, pur colto di sorpresa, reagisce veementemente aiutandosi con il bastone da passeggio.

Di li  poco si scatena una spaventosa rissa che coinvolge un po’ tutti gli avventori. Volano sedie, i tavoli si rovesciano con i vassoi che spargono cocci e scaglie di vetro dappertutto, cazzotti, spintoni, calci. Lo stesso Giuseppe Prezzolini, direttore della rivista, riceve una poderosa scarica di schiaffi e si tuffa nella mischia. Nonostante gli sforzi dei camerieri e del direttore del locale, la calma ritorna solo all’apparire della polizia che, grazie all’autorità di un commissario, riesce a riportare la calma.

L’evento scatenante è stato l’articolo di commento alla mostra milanese dei futuristi, a firma di Ardengo Soffici, in cui venivano così recensiti gli artisti partecipanti “Sono anzi sciocche e laide smargiassate (le opere esposte, ndr) di poco scrupolosi messeri, i quali vedendo il mondo torbidamente, senza senso di poesia, con gli occhi del più pachidermico maialaio d’America, vogliono far credere di vederlo fiorito e fiammeggiante…”.

E pensare che il caffè quando nacque alla fine del XIX° secolo, prima di diventare il luogo d’elezione di tutta l’avanguardia artistica e letteraria fiorentina e, forse, dell’intero novecento italiano, si proponeva, nell’intento dei fondatori i fratelli Reininghaus di origine tedesca, di fornire un luogo tranquillo per poter riposare ai numerosi turisti, soprattutto stranieri, che visitavano la città così ricca di testimonianze storiche. A tale scopo si erano attrezzati offrendo giornali e riviste in diverse lingue e prodotti, come la birra, di importazione e difficilmente reperibili in altri locali cittadini. Due grandi vetrate, una fungeva da ingresso, un’insegna in legno massiccio raffigurante un angelo che beve birra con la scritta Reninghaus (ma vista la difficoltà del nome straniero i fiorentini preferivano dire “andiamo da quelli delle giubbe rosse” dalla divisa in pieno stile viennese che indossavano i camerieri), grandi lampade ad arco, specchi dai vetri molati alle pareti, così si presentava ai clienti il caffè ai suoi albori.

Una svolta si ebbe quando nella proprietà subentrò uno svizzero tedesco, Andrea Joun, che accoglieva con favore gli intellettuali di un po’ tutte le nazioni che giungevano a Firenze, con particolare attenzione all’intellighenzia locale in grado di animare le sale con le sue interminabili e colorite discussioni. Oltre a Papini, Prezzolini, Soffici e tutto il gruppo futurista, frequentarono il locale, Oscar Wilde, Lenin prima di impelagarsi nella rivoluzione, il profeta indiano Kundan Lall, il poeta Dino Campana che cercava di vendere agli avventori il proprio libro di versi “Canti Orfici”, altri poeti come Palazzeschi, Montale, Rebora, lo scrittore Andrè Gide, lo scultore Medardo Rosso, Elio Vittorini e tanti altri.

La fama di cenacolo letterario si protrasse anche durante il fascismo e nel dopoguerra, e ancora oggi è forte la vocazione delle Giubbe Rosse a caffè letterario, e il locale continua a ospitare incontri, discussioni, presentazioni, mostre e oltre a accogliere opere di piccole case editrici, pubblica anche volumi a marchio proprio.

          

                                                                              Stelvio Catena

 

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