Gran Caffé Gambrinus di Napoli

CAFFÈ LETTERARI

Il locale tra Piazza del Plebiscito e Piazza Trieste e Trento  può considerarsi un vero e proprio museo dell’arte partenopea, accogliendo tra le sue mura una pinacoteca con  più di 40 dipinti della pittura napoletana dell’Ottocento.

 

Quando nel 1850 fu aperto a Napoli, nei vani al pian terreno del Palazzo della Foresteria in piena Piazza Plebiscito, il Gran Caffè, soprannominato “delle sette porte” per la possibilità di accedervi da più entrate, subito divenne il centro della vita sociale e intellettuale della capitale partenopea. Intellettuali, artisti, personaggi del bel mondo cittadino facevano mostra di sé nelle sale accoglienti del locale. E dire che in città erano attivi, dagli inizi del XVIII secolo, almeno un centinaio di caffè, ma nessuno poteva vantare il fascino del nuovo arrivato.

Nonostante il successo e la notorietà che lo accompagnavano, il locale dovette chiudere agli inizi del 1885. Don Mariano Vacca, però, già proprietario del Caffè d’Europa nell’adiacente via Chiaia, decise di fare del Gran Caffè un posto unico. Definiti i termini per l’affitto, mise subito all’opera alcuni degli artisti partenopei maggiormente in voga in quegli anni.

I lavori per la sistemazione degli interni furono affidati all’architetto Antonio Curri, che, oltre alla cattedra di Architettura e Ornato nella Regia Università di Napoli, ricopriva la carica di professore all’Accademia di Belle Arti. Questi si era distinto per importanti lavori di restauro al Duomo e aveva diretto le decorazioni della Galleria Umberto I forse l’opera più rappresentativa del nuovo corso cittadino.

Gli stucchi vennero commissionati al Bocchetta, i marmi a Jenny e Fiore, i bassorilievi a Salvatore Cepparulo, assai attivo in quegli anni anche a Nola e Pompei, e le tappezzerie a Porcelli. Vacca era determinato a trasformare il locale in un vero e proprio piccolo museo, aderendo alle tendenze in atto all’interno della società borghese dell’epoca. Del resto gli anni in questione vedono significative trasformazioni nella struttura sociale, dovute soprattutto allo sviluppo e alla diffusione della classe borghese. Sono gli anni in cui si diffonde la moda delle prime “vacanze” che tanto farà la fortuna del golfo di Napoli e delle sue meravigliose isole, dello sviluppo del mecenatismo culturale alto borghese in competizione con una casta nobiliare da tempo in declino, dell’amore e della cura del bello, del viaggiare alla ricerca di siti artistici in cui poter ammirare opere di grande valore. In questo milieu anche il caffè subisce una notevole evoluzione. I salotti che possono permettersi frequenti e numerosi ospiti si contano sulle dita di una mano e sono considerati, comunque retaggio di uno stile di vita antiquato, così si individua nel caffè il luogo privilegiato di incontro e di discussione per la classe emergente. Naturalmente si rende necessario attrezzare le sale in modo tale che sia piacevole sostare anche a lungo fra le sue mura gustando le numerose “specialità della casa”.
Per cui decori curati, con statue e stucchi, mobilio comodo, con poltroncine e divani al posto delle sedie, numerosi dipinti alle pareti in grado di rendere ancor più accogliente il luogo con i pittoreschi paesaggi campani e le splendide vedute marine, bassorilievi e grandi specchi. Volpe, Irolli, Migliaro, Scopetta, Diodati, Esposito, ornano le pareti decorate, fornendo un carattere veramente unico al locale, più vicino a una galleria d’arte che a un caffè. L’inaugurazione, avvenuta il 3 novembre del 1890, divenne degna di nota anche per lo sfavillio delle luci essendo il Gran Caffè Gambrinus tra i primi a essere completamente illuminato da energia elettrica. Nell’insegna era stato aggiunto il nome del re mitologico, inventore della birra. In questo modo si voleva coniugare, proprio in onore di un nuovo importante business ancora agli albori, quello del turismo, una bevanda prettamente mediterranea come il caffè, a un’altra, invece, dalle origini nordiche quale la birra. Una sintesi tra il nero luminoso dei popoli mediterranei e il biondo acceso delle etnie celtiche. Ben presto i suoi tavolini accolsero i personaggi più in vista della città e non solo: Salvatore Di Giacomo, Eduardo Scarfoglio, Enrico De Nicola, primo Presidente della Repubblica Italiana, Matilde Serao, Ernesto Murolo e ancora Gabriele D’Annunzio, che vi compose i versi della canzone ‘A Vucchella. I pomeriggi e le serate erano sempre allietate da orchestrine che svariavano dalla musica partenopea ai valzer viennesi intrattenendo in modo piacevole il folto pubblico che nella bella stagione cercava di assicurarsi i posti esterni, quelli sulla magnifica piazza. Il periodo di decadenza del locale inizia con l’avvento, prima, e lo sviluppo, poi, del fascismo. Non deve destare stupore che un luogo di incontri e di scambi intellettuali potesse soffrire della tetra cappa della dittatura. Per ordine del prefetto Giovanni Battista Maculi il 5 agosto 1938 il Gambrinus è ridotto a un’unica, angusta stanzetta.
La fortuna volle che il Banco di Napoli acquistasse i vani in vendita per installarvi suoi uffici, mantenendoli nel loro splendore originario.
Grazie al lavoro dell’attuale famiglia di proprietari, cominciato da Michele Sergio anche lui grande amante dell’arte, e proseguito dai figli Arturo e Antonio Sergio gran parte di queste sono state riacquistate e fanno parte di nuovo del locale che, nonostante gli anni, continua a stupire per il suo sfarzo e la ricchezza dei suoi decori e dipinti.

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