Il futuro del cibo è bio

NUOVE TENDENZE

L’evoluzione alimentare del nostro pianeta sta attraversando un momento delicato. Siamo ormai giunti a una svolta importante: la consapevolezza che l’utilizzo continuo e indiscriminato di prodotti chimici altera la naturalità dei cibi e danneggia in maniera grave l’organismo umano. Perciò il ritorno a metodologie di coltivazione più naturali, senza per questo effettuare passi indietro antistorici, appare la soluzione maggiormente indicata. Lo sviluppo tecnologico deve essere messo a disposizione di un miglioramento della qualità  e della quantità della vita.

                                                                        

                                                                            Mario Rossi    

 

Ricordo la sorpresa con cui, in un viaggio in Israele di alcuni anni addietro, visitai una piantagione di verdure situata in pieno deserto. Grazie a un’irrigazione adeguata e capillare, al trasporto di terreno fertile, alla costruzione di serre, all’importazione di alberi, l’arida e inospitale distesa di sabbia e di pietrisco si era trasformata in un lussureggiante orto, ricco di ogni ben di Dio. In quell’occasione mi resi conto di come lo sviluppo tecnico avesse inciso nella vita quotidiana di diverse aree del mondo, e di come fossero stati oltrepassati ostacoli che si credevano insuperabili. Gli attuali mercati, delle città di tutto il mondo, offrono al consumatore qualsiasi derrata in qualsiasi momento dell’anno, magari coltivata a migliaia di chilometri di distanza oppure in aziende agricole particolarmente attrezzate. Non più di cento anni orsono si effettuava un raccolto l’anno, e se per caso andava male erano guai per tutti, oggi si arriva in alcuni casi anche a tre. Se tale situazione ha portato a superare l’emergenza alimentare in gran parte della superficie terrestre, purtroppo in alcune zone continua a regnare la fame nonostante le produzioni globali, se equamente distribuite, potrebbero facilmente debellarne la presenza, ha posto un serio quesito intorno alla genuinità del prodotto finito cresciuto grazie ad antiparassitari, concimi chimici, fertilizzanti e via dicendo. La scelta del biologico sta diventando un fenomeno mondiale, anche in considerazione della cifra scioccante stimata dall’OCSE intorno alle morti annuali a causa di pesticidi: ben 220.000.

 La crescita dei consumi di tali derrate si attesta intorno al + 8% medio all’anno, mentre il giro d’affari supera ormai i 30 miliardi di euro, di cui il 45% circa in Europa, con picchi in Germania (oltre i 6 miliardi di euro), Inghilterra e Francia (entrambe intorno ai 3 miliardi) e il restante 55% negli Stati Uniti. Un po’ tutti i paesi industrializzati si stanno orientando verso questa tipologia di consumo alimentare. A Copenhagen il 70% del cibo servito dal Comune, nelle mense, scuole e altre strutture pubbliche, è biologico e l’attuale amministrazione pensa di incrementarne ancora l’utilizzo. Ciò anche in considerazione dei risultati di una puntuale analisi dei costi. Infatti una delle controindicazioni riguardo ai prodotti naturali, accanto alla minor resa dei terreni che si stima da un – 25% a un – 45%, riguarda il maggior costo necessario alla produzione degli stessi, maggior costo che si riflette sui prezzi di vendita. Ebbene la capitale danese ha dimostrato, conti alla mano, che la scelta bio non ha comportato un aumento delle uscite municipali nel settore della ristorazione collettiva, in virtù di alcune accortezze: riduzione degli sprechi, acquisto prevalente di prodotti di stagione, maggiore utilizzo di verdure rispetto alla carne. Cautele di cui qualsiasi ristoratore attento alle indicazioni del mercato potrebbe avvalersi per offrire alla propria clientela pietanze all’insegna della genuinità e della naturalezza, sottolineando come tale scelta tenga in alta considerazione la salute della clientela. Le più recenti ricerche scientifiche hanno, infatti, dimostrato che frutta e verdura bio posseggano un contenuto più alto di vitamine, antiossidanti e minerali. Il Italia gli operatori di tale settori raggiungono ormai la cifra di 47 mila e le stime evidenziano una continua crescita del segmento. Le notizie più confortanti giungono, però, dalla Cina. Considerato negli ultimi anni come il paese più inquinato della terra a causa della selvaggia industrializzazione di cui è stato vittima, ha deciso di intervenire in maniera drastica per il miglioramento della qualità della vita, anche in considerazione dei risultati di uno studio dell’Accademia delle scienze dell’Università di Pechino la quale ha stimato che il cinese medio è, per aspetto e salute, di 8,2 anni più vecchio rispetto all’età anagrafica. Un sondaggio del “Quotidiano del popolo” ha rivelato come l’80% della popolazione si è dichiarata “molto preoccupata” per la situazione ambientale. Ecco, perciò, che, accanto a forti investimenti nella realizzazione di fonti energetiche alternative a basso impatto ambientale, il paese asiatico ha vissuto una nuova “rivoluzione agricola”. Nel 2011 i prodotti biologici hanno registrato un incremento del + 45%, mentre per i dodici mesi in corso si viaggia a un + 64%, con un fatturato che si avvia a superare i 10 miliardi. Le aziende agricole certificate bio sono state, nel 2010, 345, 678 l’anno seguente e 380 solo nei primi quattro mesi del 2012. Nelle periferie delle metropoli gli spazi adibiti a discarica sono stati convertiti in orti, frutteti, pascoli e fattorie, risvegliando in operai e impiegati la passione per l’agricoltura e trasformandoli nel tempo libero in contadini. Una lezione che l’Occidente non deve ignorare.  

 

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