Lo champagne non va in crisi

ATTUALITA’

Il vino frizzante originario delle regioni nord – orientali della Francia, non sembra risentire affatto dei rigori della crisi economica e, grazie soprattutto alla crescita della domanda dei paesi emergenti (India, Cina, Emirati Arabi) sembra vivere un’eterna giovinezza. Tale successo è frutto della qualità superiore del prodotto, della capacità dei produttori di mantenerne invariate le proprietà originali, ma anche dell’ottimo lavoro di promozione e di marketing svolto dalle istituzioni in accordo con i principali produttori.

 

                                                                                 Stelvio Catena

 

“Paragonare me alla Tebaldi è come paragonare lo champagne al brandy, anzi alla coca cola”, era solita dire Maria Callas a chi la metteva in competizione con la soprano italiana. Da sempre la bevanda transalpina è sinonimo di qualità superiore, frutto di un equilibrio di gusto inimitabile e di un successo che nonostante gli anni non accenna a diminuire. Anzi i dati di vendita più recenti non fanno che confermare il gradimento crescente che riesce a ottenere presso un pubblico sempre più vasto. La crisi economica, che ha ormai pesantemente colpito anche gli approvvigionamenti alimentari, storicamente i meno sensibili alla contrazione ciclica dei consumi, non sembra, almeno per il momento, scalfire il nettare con le bollicine, grazie soprattutto al boom della domanda proveniente da quelli che devono essere considerati i paesi ricchi emergenti. Se, infatti, i francesi sembrano rallentare negli acquisti, che fanno registrare nell’anno appena passato un – 1,9% anche a causa dell’inasprimento della tassazione, per il resto le esportazioni crescono costantemente dal 2009 in media di un 15% annuo e raggiungono la cifra di 2.133 milioni di euro, corrispondenti a 323 milioni di bottiglie. A compensare nell’ultimo anno il calo di consumi indigeno (e del mercato inglese in particolare che passa da 35,5 a 34,5 milioni di bottiglie) sono gli incrementi di vendite rilevati in India (+ 58%), Cina (+ 19%, che nei primi sei mesi del 2012 ha toccato la soglia degli 880 mila litri) e Emirati Arabi (+ 18%) a dispetto delle severe regole religiose che limitano nel paese in maniera rilevante il consumo di alcol. Anche gli Stati Uniti, da cui ricordiamo è partita la grave crisi economica che ancora stiamo attraversando, aumenta di un + 15% la propria scorta di champagne, passando da 16,9 a 19,4 milioni di bottiglie. La stessa Italia, nonostante la qualificata concorrenza degli spumanti nostrani, si posiziona al sesto posto per l’importazione delle pregiate bollicine e segnala un incremento degli acquisti di ben un + 6,3%, raggiungendo la cifra di 7,6 milioni di bottiglie. Nonostante i progressi di alcuni vini europei simili, il Cava spagnolo , il Prosecco italiano, il Sekt tedesco, lo champagne resta il migliore vino spumante attualmente in commercio. E pensare che la straordinaria contrazione dei consumi e della spesa media pro capite dovrebbe penalizzare i prodotti maggiormente costosi, ferrea regola economica che non sembra funzionare per il celebrato vino delle cantine di Reims e dintorni. Le considerevoli differenze di prezzo anche all’interno dell’offerta specifica, che comunque partono da una base decisamente alta per la tipologia di prodotto, derivano dal grado di meccanizzazione delle differenti società produttrici. Il lungo processo di realizzazione, che il più delle volte coinvolge da una a ben tre tipologie di vitigno: Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Maunier, in alcune di esse è rimasto quello della seconda metà del secolo XVIII, allorché divenne la bevanda ufficiale della corte di Francia, con una rilevante manualità che fa lievitare i costi, anche se ci permette di gustare un risultato di qualità superiore. E pensare che l’effetto “bollicine” avvenne per la prima volta alla metà del secolo XVII, quando a causa di un inverno assai rigido la fermentazione delle botti nella regione francese si arrestò per alcuni mesi, riprendendo con l’arrivo della primavera e producendo un vino frizzante fino a quel momento sconosciuto. Tanto è vero che i primi studi di Dom Pérignon, capo cantiniere dell’abbazia di Hautvillers e vero e proprio padre dello champagne (sua l’introduzione della rapidità dell’imbottigliamento e l’utilizzo del tappo di sughero, al posto di quelli di stoffa o di legno, che chiudesse ermeticamente la bottiglia), furono diretti a tentare di eliminare l’effervescenza e solo in seguito gli venne ordinato, in virtù dall’immediato successo che ebbe il nuovo prodotto, di fare il contrario. In ogni caso si mantiene l’elemento qualificante di qualsiasi festeggiamento ed è capace da solo di nobilitare un evento, ma non si limita a qualificare un brindisi è, infatti, considerato, oltre che il più longevo (può invecchiare in bottiglia per più di cento anni senza subire alcuna alterazione di gusto) anche il migliore e il più versatile vino da tavola, un lusso quest’ultimo davvero riservato a un numero decisamente ristretto di fortunati e facoltosi bon vivant. Difficile stilare una graduatoria di merito all’interno dei differenti brand, anche perché i gusti personali tendono a indirizzare le scelte e sono innumerevoli i fattori che possono incidere sulla qualità, primo fra tutti l’annata, però si consigliano le top cuvée delle grandi maison, al cui interno ottiene un vasto e convinto consenso il “Dom Perignon O Enothèque” . Concludiamo con una curiosità: lo sapevate che l’uva da cui è ricavato lo champagne è a bacca nera? Prosit.

 

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