Meno iva per rilanciare i consumi

ATTUALITA’

Da anni le associazioni dei ristoratori chiedono un’Iva più bassa in linea con quella che si paga in Francia e Spagna. Se fosse ridotta dal 10 al 5% si avrebbe un ritorno occupazionale di circa 70 mila unità. Il governo italiano però non ha mai portato avanti il progetto, l’unica speranza resta una svolta a livello europeo.

In Svizzera, la notizia è di pochi giorni fa, sono addirittura scesi in piazza. Duemila cuochi hanno manifestato contro l’Iva discriminatoria per il settore alberghiero e della ristorazione. GastroSuisse, la federazione di esercenti ed albergatori che ha lanciato ufficialmente l’iniziativa, attacca: noi paghiamo tre volte l’Iva del commercio al dettaglio. E poi chiarisce: una pizza è tassata con il 7,6 % al ristorante ma solo con il 2,4% in un Take-Away.

In Francia non hanno avuto bisogno di scendere sulle barricate. Ci ha pensato Nicolas Sarkozy. Il presidente transalpino ha ridotto drasticamente l’imposta sul valore aggiunto per i ristoranti dal 19,6% al 5,5%. Et voila, si è messo in moto il circolo virtuoso. I clienti  risparmiano e spendono di più, il settore ci guadagna e partono nuove assunzioni.

Chi resta al palo è l’Italia. Da anni, la Fipe, la federazione italiana dei pubblici esercizi, insiste sullo stesso tasto: da noi si paga un’Iva troppo alta soprattutto rispetto a quella dei nostri concorrenti. Se fosse ridotta dal 10 al 5% si avrebbe un ritorno occupazionale di circa 70 mila unità. Del resto si tratta di un settore “labour intensive” , che fornisce servizi a livello locale e svolge un’attività altamente sociale, con tutte le carte in regola per meritarsi un’Iva più bassa.

E certo, perché anche in altri Paesi del Vecchio Continente, leggi Repubblica Ceca,  Belgio e Gran Bretagna, l’obiettivo è tagliare a breve. “Ma come – si lamentava qualche mese fa l’associazione italiana– proprio noi che abbiamo fatto pressione sulle istituzioni europee per consentire il mantenimento dell’Iva ridotta sulla ristorazione ci vediamo scavalcati dagli altri? Per non perdere competitività il governo italiano dovrebbe applicare alla nostra ristorazione l’aliquota più bassa prevista dal sistema tributario, cioè il 4%”.

In effetti quei 70 mila posti di lavoro in più oggi servirebbero. Gli ultimi numeri parlano di una caduta dei consumi alimentari fuori casa di 2,5 punti percentuali, per un valore di circa 1,4 miliardi euro al netto dell’inflazione. Nel 2009 più di 22mila pubblici esercizi hanno cessato l’attività (contro i 20mila nuovi nati) e il settore ha perso 16.200 posti di lavoro più dell’industria dei trasporti o del tessile, interrompendo così una striscia positiva di incrementi occupazionali che durava dal 1999.

Insomma, non si naviga nell’oro, e una sforbiciata all’imposta sul valore aggiunto resta tra le priorità delle associazioni che rappresentano gli interessi della ristorazione. Ma, ce lo suggerisce quello che sta succedendo in  questi giorni, la partita vera si gioca in Europa. Lo scorso anno, infatti, l’Ecofin (i ministri delle Finanze dei paesi Ue) ha deciso di rendere permanente l’aliquota ridotta al 10% (scongiurando l’aumento al 20%) per la somministrazione di cibo e vini. E un’ulteriore riduzione potrebbe arrivare solo da lì.

Dopo la crisi greca e l’intervento di salvataggio per evitare che Spagna e Portogallo facessero la stessa fine dei colleghi ellenici, i vincoli del patto di stabilità diventeranno ancora più stringenti. E i singoli interventi degli Stati membri più problematici. Resta la speranza di una decisione comune, che magari possa portare l’Iva allo stesso livello di quella francese, e dare una boccata d’ossigeno a un settore che versa in grande difficoltà.  

                                                            

                                                                  Mattia Ronchei

 

 

 

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