Mister wine lover (1)

DAL MONDO HORECA

Sulla scia di inaspettati successi cinematografici (Un’ottima annata e Sideways, in particolare) si sta diffondendo nell’attuale società dei consumi una nuova figura di appassionato di prodotti enologici. Gli anglosassoni hanno già trovato la definizione: wine lover ed una recente ricerca commissionata da Vinitaly alla società EtaMeta ne traccia un profilo di estremo interesse. E non mancano le sorprese…      

 

Reddito economico medio – alto (superiore ai 3.000 euro mensili), scolarità alta, professione di prestigio (manager, imprenditore, libero professionista), residente in prevalenza nelle grandi città, questo è grosso modo l’identikit del wine lover, colui che nell’attuale panorama sociale ha preso il posto del sorpassato aspirante sommelier di chiara derivazione francese. Sono quelli che al ristorante oppure alle cene in compagnia, si accertano della temperatura dei vini proposti, o si dimostrano attenti al retrogusto e chiedono la cantina da cui provengono le bottiglie. Insomma coloro che intendono dimostrare di saperne di più. “Dalla metà degli anni Novanta – commenta Roberto Cipresso winemaker e autore di Vinosofia  libro edito da Piemme e presentato di recente a Milano – il vino è diventato uno status symbol un po’ come il telefonino e l’automobile. E spesso le cantine casalinghe di molti giovani benestanti  vengono mostrate come le vecchie collezioni di farfalle”. Di sicuro negli ultimi tempi le caratteristiche necessarie a classificare un vino sono state di molto semplificate e rese sempre più agibili a vaste categorie di appassionati che si sono dedicate con passione alla scoperta di questo universo. Passione che necessita di un buon portafoglio se, come sostiene la ricerca, l’acquisto medio mensile di tale categoria di consumatori si aggira sulle nove bottiglie dal costo di otto euro e mezzo l’una, ma che in occasioni speciali sono anche disposti a tirar fuori 85 euro per 75 ml di, a questo punto, pregiato prodotto. In pratica che cosa è successo? I numeri parlano chiaro: si beve meno ma si beve meglio. Il vino da bevanda rifugio per artisti in difficoltà e per  tutti coloro che avevano problemi esistenziali o economici, oppure tutte e due le cose insieme, da consumarsi in prevalenza nelle bottiglierie e nei bistrot, è diventato raffinato passatempo da esteti del buon vivere dal palato affinato ai più esclusivi bouquet e capaci di trascorre i fine settimana alla ricerca di cantine dimenticate dai tesori nascosti. Non ci si ubriaca più ingurgitando litri di liquido rosso dai fiaschi anonimi tirando tardi con i compagni di baldoria, ma si pasteggia, negli appositi bicchieri, le migliori annate delle etichette di maggior prestigio conversando amichevolmente. Gli stessi locali hanno cambiato pelle, ed alle fumose osterie si sono sostituiti gli eleganti wine bar arredati dagli architetti più alla moda. Rispetto ai tempi andati in cui tali bisbocce erano riservate ai soli uomini (era necessario frequentare le città più evolute ed i suoi quartieri proletari per poter vedere “donne su di giri”), oggi il gentil sesso è in prima fila in questa nuova moda che non sfocia inevitabilmente in colossali sbronze di gruppo. L’evoluzione in atto ha cambiato abitudini, modi di consumo, tempi di consumo e, soprattutto, livelli di spesa. Sottolineavamo in precedenza come le quantità del prodotto vendute si siano assottigliate nel tempo, se, infatti, nel 1976 il consumo pro capite italiano di vino era di 98 litri (contro i 14,1 di birra e i 4,8 di superalcolici), nel 1986 passava a 69,0 litri a persona (la birra si attestava a 23,2 litri mentre i liquori diminuivano a 3,0 litri) con un decremento del – 29,6%, dieci anni dopo giungeva a 54,2 litri a persona (24,0 di birra e si dimezzava a 1,5 litri quello di superalcolici) per, arrivare ai 46,0 litri del 1996 (con la birra a 30,3 e i liquori a 0,65). Praticamente in 30 anni il consumo si è dimezzato. Nonostante ciò il fatturato cresce in maniera costante negli ultimi 5 anni è passato dagli 8 miliardi di euro del 2003 ai 10 del 2007 (+ 25,0%). Come ha giustamente osservato Calo Petrini, inventore italiano di Slow Food ed eminente esperto del settore agro – alimentare: “Si è nel frattempo creata una tribù planetaria che ne ha fatto un’art de vivre “. Possiamo affermare che è nata una nuova “sociologia della bottiglia”.

 

 

 

                                                                           Stelvio Catena

 

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