Motta e Alemagna: di nuovo “italiane”

IDEE BAR

Devono ritenersi ormai in fase avanzata le trattative fra la multinazionale svizzera Nestlè e l’italiana Bauli per far tornare nella penisola la proprietà di due marchi storici di prodotti lievitati da forno: Motta e Alemagna. Un rientro importante, di aziende i cui marchi sono tra i più diffusi e conosciuti nel panorama nazionale, in un mercato, quello dei dolci industriali da ricorrenza, che nonostante la crisi rimane di grande importanza in particolare nei periodi delle festività natalizie e pasquali.   

        

Nel 1993 quando Nestlè, il colosso alimentare svizzero con sede a Losanna, acquistò entrambe le aziende dall’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), più di un italiano storse la bocca amareggiato perché due marchi così radicati nel costume nazionale lasciavano il suolo natio. In effetti tanto Motta (data di nascita Milano 1919) quanto Alemagna (sorta sempre nel capoluogo lombardo soltanto due anni dopo, nel 1921) facevano parte ormai della vita quotidiana dello stivale, avendone accompagnato per quasi un secolo le vicende storiche. E che vicende! Erano, infatti, sopravvissute al biennio rosso, al fascismo, alla crisi del ’29, alla seconda guerra mondiale, alla ricostruzione, al boom economico. Per tante famiglie, in particolare a Natale e Pasqua, vedere uno dei marchi sulla propria tavola al termine dei lunghi pasti festivi era una dolce consuetudine. Le intuizioni di Angelo Motta e Gioacchino Alemagna si erano trasformate in due solidi brand capaci di occupare stabilmente i primi posti nella graduatoria delle industrie dolciarie nazionali. Eppure al momento della vendita la situazione poteva considerarsi tutt’altro che rosea tanto dal punto di vista della redditività che da quello del business. Attualmente, grazie agli interventi economici e produttivi operati dalla Nestlè e ad una adeguata politica di marketing e commerciale, entrambe le marche occupano posizioni di mercato invidiabili: nel totale comparto sono posizionate al secondo gradino, appena sotto il leader, appunto, Bauli, mentre per quanto riguarda i panettoni detengono il primo posto nelle vendite sul territorio nazionale. Un mercato, quello dei dolci da ricorrenza, per niente in sofferenza almeno nel patrio suolo, in grado di vendere nel 2008 ben 120 milioni di confezioni di pandoro e panettone per una cifra d’affari che supera i 650 milioni di euro. Addirittura in crescita (+2,0%) il segmento occupato dalle vendite dei prodotti artigianali. Sul piano distributivo (fonte: AIDI) la gran parte del prodotto transita attraverso supermercati (74,6%, le percentuali si riferiscono ad acquisti multipli) e ipermercati (22,9%), anche se una percentuale non proprio irrilevante viene venduta anche dai bar – pasticceria (7,4%) e dagli alimentari generici (6,9%). Nella proposta di vendita all’azienda veronese, provincia che da sola sforna (è proprio il caso di dirlo) il 70,0% dell’intera produzione nazionale di lievitati da forno, sono stati scorporati i prodotti Motta e Alemagna dei settori gelati e surgelati che rimangono saldamente in mano alla multinazionale elvetica. Qualche preoccupazione per i livelli occupazionali, dal momento che la fabbrica di San Martino Buon Albergo impiega 800 lavoratori, da un lato a causa delle sinergie interne aziendali che, di solito in casi di accorpamento, tendono ad ottimizzare il numero di maestranze, dall’altro per la strategia Nestlè in Italia poco chiara anche in considerazione delle recenti vendite di altri due poli industriali importanti: quello di Sansepolcro (Arezzo) e l’altro di Ferentino (Froisinone). A tale proposito il segretario nazionale della Flai-Cgil, Antonio Mattioli ha dichiarato: “Una volta per tutte la Nestlè deve dire cosa intende fare realmente con le produzioni italiane”. L’uscita da un mercato nel complesso poco redditizio e altamente stagionale come quello dei lievitati da ricorrenza è scarsamente indicativo di una strategia complessiva di disinvestimento nel territorio italiano da parte degli svizzeri, di sicuro mette in luce una concentrazione di risorse e di interesse in quei segmenti produttivi di maggiore tenuta nei consumi e dalle caratteristiche produttive all’insegna delle economie di scala. Un segnale concreto che in momenti di recessione economica sono favoriti i produttori “specializzati”.  

 

 

 

                                                       Stelvio Catena

 

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