Tour etilici, un’alternativa pericolosa

ATTUALITA’

Inizialmente erano nati per far divertire i turisti, in particolare i più giovani e in massima parte del nord Europa o provenienti dagli Stati Uniti, che, dopo la scorpacciata quotidiana di antichità e opere d’arte, sentivano il bisogno di una sana evasione notturna scandita da massicce dosi di alcol. Venivano definiti pub crowl e consistevano nel giro di più locali di Roma in ognuno dei quali si concedeva il dovuto spazio a generose bevute. Visto il successo, se ne sono appropriati anche i nostri più giovani concittadini con esiti davvero devastanti.

 

                                                                                      Mario Rossi

 

La procedura è di una semplicità disarmante. L’organizzatore concentra in un luogo ben preciso gli aderenti, reclutati per lo più tramite internet oppure con volantini distribuiti in luoghi ad alta concentrazione giovanile, riscuote la quota di partecipazione (in linea di massima dai 20 ai 25 euro), consegna voucher e maglietta personalizzata e da il via alla scorribanda etilica per le vie della capitale. Le iscrizioni non superano i cento partecipanti a tour e i sei locali della capitale coinvolti devono essere tutti visitati in non più di quattro ore. In inglese sono stati definiti pub crowl, essendo nati nell’ultima decade del Novecento proprio nella capitale britannica in maniera quasi spontanea ad opera di gruppi di ragazzi desiderosi di divertimenti all’insegna dell’eccesso, in questo caso di consumo di alcol. Quello segnalato nel Guinness dei primati si svolse nella città attraversata dal Tamigi e vide la partecipazione di ben 2.278 agguerriti bevitori. Ben presto i tour etilici si sono diffusi un pò in tutte le capitali europee e nei grandi centri urbani di maggiore attrazione turistica, in Italia principalmente a Roma, meta di un flusso di viaggiatori, anche giovani, numeroso e costante. In genere le tappe sono percorse a piedi, in modo tale da evitare possibili incidenti di guida che possano offrire lo spunto alle autorità per proibirne l’attuazione. Le precauzioni, però, non sono mai troppe e la ragazza australiana trovata di prima mattina, lo scorso luglio, nei pressi della stazione Termini in stato confusionale e in preda a una grave emorragia dopo una nottata di scorribande, ha riproposto in tutta la sua drammaticità il difficile problema. Già un paio di anni fa, per l’esattezza nella primavera del 2010 un’ordinanza del sindaco Alemanno, la n.127 del 25 maggio, aveva sospeso fino al 31 dicembre di quell’anno le “visite guidate” ai pub capitolini, a seguito del decesso di un giovane, anche lui originario del paese dei canguri, che era caduto da un ponte sul Tevere in evidente stato di ebbrezza. Inizialmente si era tentato di ignorare, magari selezionando con attenzione i luoghi e i modi di comunicazione, il divieto, ma le 19 sanzioni elevate dalla Polizia Municipale ad altrettanti locali, sanzioni che in alcuni casi prevedevano la chiusura dell’esercizio e la denuncia per turbativa dell’ordine pubblico dal momento che si permette l’ingresso e la somministrazione di alcol a persone già su di giri, per cui pericolose per gli altri avventori dei bar. Passata l’emozione del momento e scaduto, all’inizio dello scorso anno, il divieto del primo cittadino, con maggiori cautele sono riapparsi gli organizzatori e sono riprese le gite. Il favore dei gestori nei confronti di tali iniziative, se dal punto di vista morale è di sicuro riprovevole e mette in evidenza il degrado raggiunto da una società spesso troppo tollerante con gli eccessi di libertà individuale che vanno a ledere diritti comunitari, da quello economico risulta assai conveniente per almeno un paio di buoni motivi. In primo luogo, infatti, si assicura all’esercizio un consumo di bevande di prezzo medio – alto considerevole, inoltre le consumazioni così dispensate non necessitano della stampa dello scontrino, per cui rappresentano un caso conclamato di evasione fiscale. Insomma il denaro continua a dominare le azioni della stragrande maggioranza della popolazione, lasciando in secondo piano gli aspetti etici e informati alla pacifica convivenza, sacrificati sull’altare di un maggiore guadagno. Difficile comprendere come non si prendano in esame una serie di controindicazioni che sconsigliano l’inserimento del proprio locale nei pub crawl: clienti ubriachi sono più facili alle risse con grave disturbo per gli altri avventori e pericolo tanto per gli stessi che per le strutture d’arredo e per i macchinari presenti negli spazi comuni, i controlli delle forze dell’ordine diventano più frequenti e accurati, il pubblico sobrio tende a scegliere altri esercizi meno “turbolenti”, gli abitanti del quartiere si lamentano per gli eccessi dei giovani sbronzi, risulta spesso necessario aumentare il personale di controllo, con un aggravio dei costi di gestione. Insomma, anche dal punto di vista prettamente economico, accogliere gruppi di alcolisti può rivelarsi scelta sbagliata e quelli che a prima vista sembrano fattori di incremento del business, in molti casi rischiano di trasformarsi in pesanti spese aggiuntive. Bisogna perciò fare bene i conti, tanto con il registratore di cassa che con la propria coscienza prima di intraprendere iniziative pericolose. Il divieto permane e la volontà di impedire incidenti pericolosi da parte delle autorità si conferma prioritaria, ma è la presa di coscienza di baristi e proprietari sulla minaccia rappresentata dai tour etilici a rappresentare la reale chiave di volta per sconfiggere definitivamente questa dannosa piaga sociale.

 

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