Un “fiasco” di Stravinsky

SUCCESSE…AL RISTORANTE

Nonostante le veementi reazioni negative del pubblico, addirittura imbestialito, alla prima esecuzione parigina de Le Sacre du Printemps, il gruppo storico dei celeberrimi Ballets Russes, con in prima fila l’impresario mentore Serghej Diaghilev, decise di recarsi ugualmente, come di consueto dopo la rappresentazione di un nuovo spettacolo,  a cena nel prestigioso ed esclusivo Larue Restaurant in Rue Royale. E pensare che avevano appena creato un capolavoro.

Quella del 29 maggio 1913 a Parigi è una mite serata primaverile, percorsa a piccole folate da un piacevole venticello. Al Théâtre des Champs-Elysées un pubblico entusiasta e curioso ha occupato ogni ordine di posti per poter assistere al nuovo spettacolo dei Ballets Russes , guidati dall’impresario Sergej Diaghilev e fra le cui fila militano alcuni degli artisti di maggior talento al momento in circolazione: il ballerino Vaslav Nijinsky, il coreografo Léonide Massine, il costumista e scenografo Léon Bakst. Tutti figli della grande madre Russia che avevano, da almeno quattro anni, deliziato il raffinato pubblico della capitale francese con alcun balletti tratti da opere di Rimsky – Korsakov e Debussy, ottenendo un successo al di fuori del normale. Ogni nuova proposta era considerato un evento e raccoglieva in teatro, accanto ad uno stuolo di appassionati di umili origini relegati nel loggione, il meglio del bel  mondo parigino e la crema dell’intellettualità presente in quel momento nella città sulle rive della Senna. Anche in questa occasione non si scherza, discutono serenamente nel foyer Casella, Debussy, Malipiero, i musicisti del momento, mentre il quattordicenne Poulenc ringrazia gli illuminati genitori che gli permettono di assistere a tali eventi e il solitario Ravel attende in silenzio l’inizio dello spettacolo. Cocteau, immancabile alle performance degli amici munito della consueta cravatta nera di dimensioni smisurate, dialoga con Colette, anche lei attratta dalla mondanità della serata, e D’Annunzio intrattiene l’abituale codazzo di amici e ammiratori. Tutto è pronto per il debutto de La Sacre du Printemps, balletto che intende confermare le doti creative di un giovane artista, anche lui russo di origine, da tempo entrato nella corte di Diaghilev e di cui l’illuminato imprenditore è un fan dichiarato: Igor Stravinskij (1882 – 1971). Già nel 1910 con L’Uccello di fuoco e l’anno successivo con Petrushka, il giovane compositore, allievo prediletto del grande Rimsky-Korsakov, aveva incontrato il pubblico parigino ottenendo lusinghieri consensi, ma questa volta lasciava le rivisitazioni in chiave contemporanea della musica tonale, per addentrarsi in una partitura assai innovativa ispirata da una dissonanza polifonica e selvaggia. L’insuccesso fu clamoroso. Il pubblico, diviso fra chi lodava la creatività del compositore (pochi) e coloro che deprecavano l’opera sentendosi presi per i fondelli (molti), tumultuò per l’intero periodo dell’esecuzione impedendone l’ascolto. Al termine della serata Diagjilev, Nijinsky, Cocteau e Stravinskij si recarono, come di consueto dopo le “prime”, nel lussuoso ristorante Larue in rue Royale, dove si riuniva per il dopo teatro la mondanità parigina. Il locale è fra i più rinomati della capitale. Foderato di peluche rossa e arredato con candelabri dorati, rappresenta il top dell’eleganza dell’epoca. I nostri amici sono soliti occupare un tavolo addossato al muro e anche questa volta vi si recano per gustare la cena. È da poco passata la mezzanotte e lo champagne, a temperatura ideale, scende a rinfrescare la gola seccata dalla rabbia. Di solito i russi ordinano sontuose bistecche accompagnate da un robusto Bordeaux d’annata, ma quella sera scelgono, probabilmente, qualcosa di più leggero. L’atmosfera è cupa, e ciascuno preferisce tenere per se qualsiasi commento. È Diaghilev a rompere il silenzio: “Esattamente quello che volevo”, afferma alzando il calice per brindare. Cocteau racconta uno svolgimento della serata diverso (i quattro accalcati su di un fiacre si dirigono verso il Bois de Boulogne dove in solitaria malinconia declamano Puskin), ma noi preferiamo lasciare gli amici a tavola mentre brindano al futuro immancabile successo di un capolavoro della musica di tutti i tempi.

 

                                              

Stelvio Catena

 

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